Territorio

Nelle pagine che seguono trovate descritte le bellezze del nostro territorio.

Introduzione

Zoagli è un luogo abitato da millenni: insediamento preistorico, conserva un castellaro dell’epoca pre romana e più tardi divenne una Statio Romana sulla via Aurelia, indicata sulla Tabula Peutingeriana come ad solaria.

Nei secoli successivi divento’ feudo dei Fieschi col nome di Joagi e poi fu sotto il dominio della Repubblica di Genova.

Proprio in quel periodo Zoagli divenne famosa nel mondo per la produzione dei preziosi velluti in seta. La terra aspra e difficile da coltivare indusse gli abitanti a cercare alternative di lavoro: vi fu chi dedicò la vita alla marineria e chi si perfezionò appunto nella tessitura della seta.

Ancora oggi, lo stemma di Zoagli riporta i colori simbolo delle due maggiori confraternite: il blu dei marinai ed il giallo dei tessitori, con l’effigie delle due Torri costruite nel 1500 a difesa del borgo dagli attacchi dei pirati.

Già nell’Ottocento Zoagli era meta di un turismo d’èlite ed ha mantenuto la tradizione di riservata ospitalità. Al turista offre suggestivi paesaggi che hanno affascinato artisti illustri come Nietzsche, Kandinsky, Tosi, Sem Benelli, Ezra Pound.

La tessitura della seta è ancora attiva, anche se ridimensionata, e produce velluti e damaschi di alta qualità e pregio nelle due aziende ancora operanti: Tessitura Gaggioli e Seterie Cordani.

A testimonianza del livello delle creazioni artigianali, si è tenuta a Pasqua 2004 una bellissima mostra, "Petali di Seta e Fiori di Velluto".

"La mattina andavo verso Sud, salendo per la splendida strada di Zoagli, in mezzo ai pini. Con l’ampia distesa del mare sotto di me."
Friedrich Nietzsche

 

Petali di Seta, Fiori di Velluto...

Nei giorni di Pasqua il Castello Canevaro ospita la mostra "Petali di Seta, Fiori di Velluto":

uno speciale Benvenuto alla primavera offerto da Zoagli, in collaborazione con la scuola Floratigula.
Nelle sale del Castello si celebra l’arte della tessitura, da secoli vanto di queste terre.

Sulla base di disegni e modelli antichi, tessitori e floricoltori hanno lavorato fianco a fianco per realizzare suggestive composizioni che ci riportano nel 1400 e poi avanti fino al 1900.

Ai velluti sono state abbinate composizioni floreali in stile con il tessuto presentato, e la suggestione più grande viene proprio dall’oggetto "nuovo" che ricrea l’antico: ci si sente trasportati nel passato.

Uno speciale ringraziamento

  • alle Seterie Gaggioli ed alle Seterie Cordani, per aver fornito le loro creazioni, realizzate a mano e con telai d’epoca sulla base di disegni storici.
  • All’Associazione Floratigula, che ha preparato le composizioni floreali abbinate ai velluti. I fiori utilizzati per la mostra sono coltivati in modo da renderli il più possibile simili a quelli dell’epoca, e le composizioni ricalcano quelle antiche.
  • Alle Parrocchie di San Martino e di San Pietro, nella persona del Parroco Don Federico Icardi, che ha gentilmente concesso alcuni antichi paramenti sacri.

Per un breve tour della mostra clicca qui

 

Breve storia di Zoagli

 Zoagli fu abitata già  dal IV secolo a.C. da antiche popolazioni liguri che vivevano di pastorizia e abitavano in strutture di pietra, legno e fogliami all'interno di spazi pianeggianti posti su crinali, delimitati da mura in pietra, chiamati "castellari".

In Zoagli si identificano ancora due siti: il Castellaro, una zona vicina alla chiesa di S.Pantaleo dove sono stati rinvenuti alcuni reperti ceramici dell'epoca, ed il monte Castello.

Il territorio dell'attuale Comune di Zoagli fu, da allora, sempre abitato : nel periodo romano, nel II secolo a.C. fu costruita la Via Aemilia Scaura ( continuazione della Via Aurelia) che attraversava il territorio da est ad ovest. Lungo questo tracciato erano presenti due statio romane; la prima era situata accanto all'attuale chiesa di S. Pantaleo (costruita, poi, nel 1200. Inizialmente presentava un portico laterale per la sosta di pellegrini e viandanti ) .Un altro insediamento romano, un castrum, si trovava invece a S.Pietro nelle vicinanze del'attuale chiesa, dove si conserva un'urna cineraria trovata nel sito, appartenuta ad un tesserario romano. Nella Tavola Peutingeriana, dell'epoca romana, Zoagli viene chiamata " ad solaria", ossia posto soleggiato.

I primi ad evangelizzare il territorio sono i monaci di S.Colombano di Bobbio, seguiti poi dai  Vescovi Ambrosiani che nel 543, da Milano si trasferiscono a Genova, e da qui influenzano, con la loro presenza, la religiosità nelle zone costiere di levante, compresa la zona oggi denominata appunto S.Ambrogio.

 Nel 643 il re Longobardo Rotari giunge in Zoagli e nella zona sotto il Castellaro crea un distaccamento militare contro i nemici bizantini: il luogo oggi è chiamato Marina di Bardi. 

Ormai tutto il territorio è insediato da piccoli borghi, compreso il piccolo agglomerato nato in basso sulla costa: Zoagli. Alla fine del 900 tutta la Riviera è assalita dalle scorrerie dei pirati di Frassinetto ( attuale Saint.Tropez) e la popolazione cerca riparo in alto sulle colline.

Già all'epoca della Prima Crociata (1096-1099) tra i zoagliesi si distingue il capitano Giovanni Merello che, comandante di 12  galee ed un galeone genovesi contribuisce alla conquista della città di Antiochia. Nel 1098 porta a Genova, dalla chiesa di Mira, nella regione di Licia, nell'Asia Minore, le ceneri di S. Giovanni Battista che dona a Genova: il fatto porta i genovesi a dedicare la città al Santo, nominandolo patrono. Parte delle ceneri, viene lasciata dai consoli della Repubblica alla chiesa di S.Martino di Zoagli. Nel 1619 con l'istituzione della nuova parrocchia di Semorile, dedicata a S.Giovani Battista la parrocchiale di Zoagli  divide le ceneri con la stessa. 

A quel tempo l'economia di Zoagli si basa sulla pesca, sulla raccolta del corallo, sui trasporti marittimi, sull'agricoltura sostenuta dalla costruzione di terrazzamenti a"fasce" e la contemporanea coltivazione dell'olivo, che man mano ruba spazio alla macchia mediterranea. I tessitori lucchesi transitano sul nostro territorio per raggiungere il porto di Genova per rifornirsi di seta e, con questi nuovi contatti, a Zoagli si impara a tessere seta. 

Intanto,   l'intero territorio  del Comune di Zoagli, diventa parte del feudo dei Fieschi con il nome di Joagi: rimane ancora visibile in Via Pietrafraccia un vecchio mulino che fece parte dei beni di Papa Adriano  V.

Con l'affermarsi della supremazia della Repubblica di Genova, intorno al XIII secolo, anche Zoagli passa sotto il dominio della stessa. La famiglia Zoagli che condivide lo stemma con il nostro Comune, si  trasferisce a Genova. Annovera tra i suoi figli due Dogi tra cui  Battista eletto con altissima maggioranza nel 1561, notevole diplomatico e scrittore. Un altro valoroso esponente della famiglia, Gotifredo Zoagli, sottomette la Corsica e amministra diversi territori liguri per la Repubblica concludendo la sua carriera come Console di Caffa.

Da ricordare che, in epoca ben successiva  nel 1827, da Adelaide Zoagli, amica d'infanzia di Giuseppe Mazzini e nobile attivista risorgimentale nei salotti genovesi e milanesi, nascerà Goffredo Mameli  che sarà l'autore dell'Inno d'Italia, che ancora giovane morirà, quale patriota, in seguito alle ferite riportate nella battaglia della presa di Porta Pia.

Il 4 luglio 1549 Thorghud Reis, chiamato Dragut, violento e sanguinario pirata africano, assale Rapallo e, poi, a seguire altri centri rivieraschi. Le comunità locali si organizzano per la difesa, istituendo guardie e guardiole lungo i crinali e costruendo torri e castelli di difesa sulla costa. A Zoagli si costruiscono le due Torri ai lati dello scalo che sono così denominate "saracene". Nei secoli successivi, debellata la pirateria, le stesse sono attrezzate per la difesa sanitaria, nell'allontanamento delle barche degli appestati.

Nella prima metà del '500 opera in riviera e Genova il pittore zoagliese Teramo Piaggio: bellissimi i suoi affreschi in N.S.delle Grazie a Chiavari  e quelli dipinti nell'Oratorio di S.Caterina in Zoagli, distrutti insieme all'oratorio a fine '800, per il raddoppio della linea ferroviaria. Anche il figlio Agostino fu un ottimo pittore.

Il 2 luglio 1557 su un'altura di Rapallo appare la Madonna ad un contadino: questo fatto segnerà l'inizio di una venerazione forte e ancora oggi fervente di tutti i fedeli abitanti nelle vicinanze. Molto sentito il culto a Zoagli e frazioni, che nel tempo affidarono la loro salute e i loro desideri alla Madonna di Montallegro, con atti di devozione e voti. A Zoagli è sempre stato molto profondo il legame devozionale con la Madonna, tanto da superare in ogni Parrocchia la venerazione dei Santi Patroni. All'inizio dell'800  viene costruito anche un piccolo Santuario sulle pendici del M.te Anchetta dedicato a N.S. Causae Nostrae Laetitie ed, ultimamente, nel 1986 è stata inabissata, sui fondali di fronte alla Passeggiata a Mare di Levante, una Statua in bronzo denominata " Madonna del Mare", quale protettrice della gente di mare.

Dopo l'epidemia di peste del 1580, Genova apre le porte ai tessitori della riviera. Inizia così una proficua collaborazione tra i setaioli genovesi e i tessitori zoagliesi: da Genova arriva seta grezza, da Zoagli ritornano preziose tele di velluto liscio e di velluto operato dei più diversi colori. Quindi in Zoagli si praticano tutte le diverse fasi di lavorazione: dalla tintura, alla preparazione dei rocchetti, dall'orditura del telaio e alla tessitura vera e propria. Si arriva a migliorare ogni tecnica e a "inventare" nuove lavorazioni come il velluto operato soprarizzo che consta in due passaggi, il primo di annodatura ed il secondo di taglio per rendere la tela più ricca e con effetto bicromo. O come il velluto "giardino" tessuto con ordito di diverso colore per ottenere un tessuto policromo, appunto come un giardino.

Ma la lavorazione che distingue Zoagli è l'altissima qualità del suo velluto liscio nero, un tessuto unico per la sua ricchezza di fili e per la perfetta colorazione, tessuto usato per la confezione degli abiti dei nobili europei. Si tesseva anche un particolare tipo di velluto double-face, da un lato nero e dall'altro rosso. I velluti operati sono stati usati soprattutto, come tappezzerie nei palazzi genovesi e nelle corti europee.

Alla fine del '700, con il crollo della Banca della Seta di Milano, il lavoro del tessitore perde di prestigio e di valore economico, i giovani si allontanano dai telai e questi vengono riutilizzati dalle donne, che si accontentano di una paga minore. Nasce così la grande avventura del lavoro femminile al telaio, gestito insieme con i doveri di famiglia e della coltivazione dei terreni agricoli sempre affidati a loro ed ai vecchi, mentre le forze giovani vengono utilizzate nella marineria.

Alla fine dell'800 si contavano più di 1200 telai dislocati nelle abitazioni zoagliesi, tutti adibiti alla tessitura di sete e velluti di seta.

Nel 1609 Zoagli viene a far parte del Capitaneato di Rapallo, distaccandosi dalla precedente giurisdizione di Chiavari. Nei secoli successivi subisce, sempre legata a Rapallo, le vicende storiche che attraversa Genova: le pressioni austriache del '700 e il dominio Napoleonico che porta anche alla adozione, nel 1805, della lingua francese quale lingua ufficiale. Nel luglio del 1806 passa da Zoagli Papa Pio VII, che fermatosi nella chiesa di S.Pantaleo, beve acqua in un bicchiere che ancora oggi viene conservato nella medesima chiesa.

Dopo il Congresso di Vienna la Liguria  passa sotto il Regno di Sardegna  e nel 1815 i Savoia creano il Ducato di Genova. A Zoagli in quel tempo esisteva una capace marineria, costituita da parecchi bastimenti che, proprietà di famiglie zoagliesi quali i Canevaro, Raggio, Someri, Vicini; Chichizola e altri. Nella seconda metà dell'800, dopo la I Guerra di Indipendenza,  il Conte  Giuseppe Canevaro, che collabora a livello economico e politico con i Savoia offre il suo aiuto a sostegno dell'Unità d'Italia e con Cavour organizza, tra l'altro, il trasferimento dei soldati di Napoleone III da Mentone a Genova sui suoi bastimenti. Il legame con la Casa Savoia rimane forte tanto che la famiglia Canevaro accederà al titolo di Duca ed un figlio di Giuseppe, Felice Napoleone alla fine dell'800 ricoprirà posti di prestigio militare e politico a Roma, prima come Ammiraglio e poi come Ministro della Marina e degli Esteri.

Le vie di comunicazione sono ancora le strade mulattiere e il mare, nonostante nel 1820 si sia completato il tratto di camionale Genova- Sarzana  (nel tracciato dell'attuale Via Aurelia che venne chiamata Strada Reale di Levante. Al tempo esiste ancora un collegamento settimanale con Genova realizzato con una feluga, una barca con vela, che presta servizio fino al 1869 quando si inaugura la nuova linea ferroviaria Genova-Sestri Levante.

Le attività lavorative vertono  sulla tessitura della seta, esistono piccoli opifici e continua la tradizionale tessitura a domicilio, la navigazione e la marineria, l'agricoltura e la pesca e chi non riesce a trovare lavoro emigra verso l'America. Con l'arrivo della ferrovia a Zoagli inizia la stagione turistica. Zoagli era stata già, nei secoli precedenti "scoperta" da ricche famiglie genovesi che qui costruirono bellissime ville per soggiorno estivo, quali i Sauli, gli Spinola, i Durazzo. 

Nel 1900 l'Albergo Nave,un imponente edificio di foggia liberty, inizia l'attività e ospita nobili europei e turisti soprattutto inglesi, svizzeri, francesi e tedeschi che amano la tranquillità e la riservatezza. Zoagli fu frequentata e abitata da tanti artisti quali Nietsche, Tosi, Kandinskj, Sem Benelli, Ezra Pound.

Di quel periodo restano a Zoagli due splendide e particolari abitazioni: Villa Merello del Coppedè e il Castello di Sem Benelli dello scenografo dell'autore, arch. Mancini. Sempre del primo novecento è la costruzione della Palazzina dei Velluti dove aveva sede la Società dei Velluti. Su iniziativa di un gruppo di famiglie zoagliesi viene costruita la Passeggiata a Mare di Levante: Lungomare Canevaro, un sentiero di roccia che si snoda sugli scogli in prossimità del mare.

I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, pianificati dalla RAF con l'intento di demolire il Ponte ferroviario per ostacolare la ritirata dei tedeschi, distruggono di fatto tutto il centro cittadino, procurando una sessantina di vittime civili.

Zoagli, figlia della ricostruzione postbellica ha perso, in parte, il carattere di antico borgo marinaresco mantenendo però una forte identità legata al mare e alla terra, con paesaggi di rara bellezza e con il piacere di donare al visitatore un'accoglienza raffinata e riservata in un ambiente curato e arricchito da nuove opere pubbliche che ne hanno reso più fruibile il territorio.

 

 

Architettura a Zoagli

Zoagli fu abitata fin dal periodo preistorico quando gli uomini costruivano i “castellari”: dei pianori racchiusi entro mura di pietre accatastate dove ricoveravano le loro famiglie e le loro greggi in capanni di legno e fogliame. Si sono trovati reperti dell’epoca nella zona del Castellaro in località S.Pantaleo e sicuramente zona antropizzata in tempi lontani fu anche il m:te Castello per la tipica conformazione della cima ed il toponimo.

Il territorio dell’attuale Comune di Zoagli fu abitato in maniera continuativa: nel periodo romano fu attraversata dalla Via Scaura che lungo il tratto territoriale presentava almeno due statio di cui una elevata a castrum a S.Pietro di Rovereto e fu chiamata “ Ad solaria” come evidenziato nella tavola Peutingeriana. Rimangono ad oggi più località che ne prendono il nome, oltre al cognome Solari che è tuttora molto comune.

Oggi è difficile riconoscere eventuali costruzioni del periodo romano, in quanto nel tempo le abitazioni e le strade furono rifatte e riparate più volte nel lungo percorso dei secoli.

Rimane però evidente il tessuto urbanistico e le tipiche costruzioni medievali che si incontrano sulle colline. Case semplici con muri in pietra molto possenti che diminuiscono in spessore man mano che i piani si alzano, normalmente di due piani sopra al piano terra, spesso ammassate a costituire una sorta di borgo per poter economizzare la costruzione di pareti ma soprattutto per essere vicini in caso di attacchi sferrati dai pirati che vagavano nel Mar Mediterraneo che al tempo avevano quale loro base operativa Frassinetto, l’attuale Saint-Tropez.

L’ architettura rimane legata nel tempo a questa struttura, mentre sul territorio si costruiscono le “fasce” : un sistema di terrazzamenti costituito da alti muri in pietra che permette di rendere coltivabile le pendici dei monti fortemente acclivi. Questo ciclopico lavoro ha modificato il paesaggio rendendolo così fruibile sia sotto l’aspetto abitativo che agricolo. Di fatto, gran parte del nostro territorio è di per sé un artefatto, costituendo la maggiore opera architettonica che si possa ammirare nel nostro comune. L’abbandono dell’agricoltura crea oggi dei problemi di natura anche idrogeologica sui versanti in quanto, le parti non più custodite e monitorate, subiscono l’aggressione degli eventi atmosferici e delle piante infestanti che soffocano gli antichi oliveti.

Con il passare dei secoli si costruiscono strade di comunicazione tra le varie frazioni di collina ed il centro, ma alla Via Aurelia che collega alle città costiere si aggiungono altre vie interne che portano altre giogo, verso le vallate retrostanti, che permettono scambi commerciali e di forza lavoro. Spesso erano sentieri ma sono rimaste ancora oggi lunghi tratti di mulattiere realizzate in “risseu” una pavimentazione costruita con pietre scistose che sono posizionate ravvicinate: la superficie di calpestio è quindi il fianco della lastra e non la parte piana. Questo sistema rende più resistente il tessuto di pavimentazione e più facile la percorrenza ai muli essendo i percorsi spesso in forte pendenza.

Nel 1500, dopo la razzia in Rapallo nel feroce pirata africano Dragut, si costruiscono ai lati dello scalo di Zoagli (oggi Piazza) due torri di difesa, che saranno poi, l’effigie e simbolo del Comune.

A S.Pietro di Rovereto si ergono ville e palazzi di notevole bellezza, è uno dei pochi insediamenti di crinale rivolto a mare e nel 1700 abbellisce la chiesa, da poco ingrandita, con un policromo e ricco sagrato in “risseu” composto da piccoli sassi di mare di 5 colori diversi a definire rosoni e fiori stilizzati.

Anche il centro di Zoagli si arricchisce di ville patrizie: palazzo Merello, Durazzo, Sauli, Piaggio ed altri. Nella seconda metà dell’Ottocento viene costruita la ferrovia che causa l’abbattimento di alcune case ma soprattutto la distruzione dell’Oratorio di Santa Caterina sede della maggiore Confraternita di Zoagli.

Fu costruita anche la “camionale” che prese il nome di Via Aurelia anche se sul nostro territorio in pochi tratti ne condivide il tracciato.

A fine ‘800 la Riviera viene scoperta come luogo turistico dagli stranieri, fino ad allora furono solo le ricche famiglie genovesi a costruire ville di vacanza, a Zoagli sono gli svizzeri e gli inglesi i primi ad arrivare. Si costruiscono bellissimi edifici in stile Liberty: Villa Merello l’Hotel Nave, il Castello di Sem Benelli, VillettaVicini, Villa Capurro.

Il 27 dicembre 1943 Zoagli subì il primo bombardamento da parte delle truppe alleate, l’obiettivo era quello di abbattere il viadotto ferroviario per impedire la ritirata tedesca, ma dopo 4 bombardamenti il risultato fu la distruzione di tutto il centro cittadino.

La ricostruzione fu figlia di quell’ ibrido stile razionalista che era in voga nell’epoca fascista e che ha ridisegnato Zoagli in modo diverso, rimane a testimonianza del vero vissuto della nostra località la zona ovest: Via XX Settembre che è d’altronde parte dell’antica Via Romana.

Torre Saracena di Levante

La Torre Saracena di Levante è un piccolo gioiello incastonato nella roccia.

Villa Canevaro

Costruita nel 500 per la difesa contro i pirati, fu modificata nei secoli fino ad assumere, nel 1800, l’aspetto attuale.

Recentemente restaurata, è sede di mostre ed incontri artistico-culturali.

E’ inoltre possibile celebrarvi matrimoni civili.

Torre Saracena di Ponente e Villa Canevaro

Costruita anch’essa nel 1500, la Torre di Levante è stata in seguito affiancata da costruzioni volte ad ospitare le guarnigioni di controllo al tempo delle epidemie di peste.

Trasformata in residenza signorile, oggi fa parte del circuito delle Ville Patrizie del Genovesato, residenze storiche di alto valore artistico e paesaggistico.

Beni Architettonici e Paesaggistici

Il Comune di Zoagli ha commissionato un censimento dei beni Architettonici e paesaggistici presenti sul territorio.

Il lavoro, lungo e meticoloso, ha portato alla realizzazione di 20 schede tecniche iniziali, redatte secondo lo schema del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali.

In queste pagine riportiamo il testo delle schede, eventualmente scaricabile in formato .rtf, e le foto più significative.

Per il suo carattere tecnico, il materiale può essere utilizzato dagli esperti del settore, ma ugualmente gradito a chi voglia farsi una cultura in questo campo.

Buona lettura!

In questa foto vediamo un’immagine del sagrato della Chiesa di San Pietro di Rovereto, uno dei siti oggetto del Censimento.

Altri beni

 

Scheda IV: Arenella: Castello Canevaro

Il complesso architettonico attualmente denominato Castello Canevaro, a Zoagli, nasce e si sviluppa nel corso dei secoli intorno alla costruzione della Torre di avvistamento.

Si ha notizia della deliberazione dell’inizio dei lavori nel maggio del 1550 con alcune lettere che il Senato invia al Capitano di Chiavari e al Podestà di Rapallo, in seguito al terribile attacco condotto dal corsaro Dragut nel luglio del 1549 a Rapallo.

Dal carteggio emergono l’esatta ubicazione scelta per erigere la costruzione e il nome del “maestro antelamo” che si dovrà occupare del disegno della fortezza, "Mastro Antonio da Carabo", già impegnato nei lavori di fortificazione di Santa Margherita.

Le opere procedono con lentezza per mancanza di fondi fino al 1563, data in cui la comunità di Zoagli riceve dal Capitaneato di Chiavari i fondi necessari per portare a termine la fortezza, con l’impegno che venga ultimata entro la fine di detto anno.

Il 1550, anno d’inizio dei lavori di costruzione della Torre, coincide con la prima fase di edificazione del complesso che oggi viene più comunemente definito Castello Canevaro.

Nella prima metà del secolo XVII, sullo stesso lotto di terreno su cui sorge il manufatto difensivo, si ha notizia di una stima condotta su alcuni stabili fatti “alla genovese”, ovvero la fortificazione in oggetto e il Palazzo (o Villa) rilevata da Matteo Vinzoni nel 1773 e da P. D. Cambiaso, nelle sue vedute ottocentesche della Riviera di Levante. La seconda fase si fa dunque coincidere con la presenza sul terreno già nel 1640 di un edificio a blocco, di stampo tipicamente “alessiano”, come viene definito dalla bibliografia specifica.

Nell’opera citata di Vinzoni sono, infatti, disegnate sia la Torre di avvistamento sia la Villa con una "copertura a piramide fortemente spiovente", denominata "Palazzo Malfante".

Nel 1799 la Torre torna ad assumere un ruolo strategico e difensivo, dopo anni di assoluto abbandono da parte della popolazione locale, attraverso la richiesta di approvvigionamento d’artiglieria al Comitato Direttivo di Genova, per la presenza nel golfo del Tigullio di navi corsare.

A riprova di ciò, l’anno dopo, nel 1800, il marchese Malfante chiede un indennizzo per l’uso di “lenzuoli, pagliericcio e legna” da parte degli uomini dell’esercito francese stanziati nella fortificazione e nei fondi dell’edificio vicino.

Si può ipotizzare che la terza fase di costruzione, riguardante il del corpo a “L” di collegamento tra la Torre e il Palazzo Malfante, sia da collocarsi fra il rilevamento di Vinzoni datato 1773 e i documenti citati del 1800. L’effettiva creazione, in epoca settecentesca, di un corpo adiacente alla Torre, comunicante con il Palazzo, è rilevabile dall’allegato grafico all’atto di compravendita tra i Malfante e i Canevaro, rogato in Genova nel maggio del 1875.

Il documento riporta l’esistenza del “Palazzo Padronale con annessa Torre e locale ad uso cipressa”, che nella planimetria relativa risultano non più due corpi separati come li rilevava Vinzoni, bensì un unico complesso architettonico.

La quarta fase di trasformazione dell’edificio si fa infine coincidere con i lavori commissionati dalla famiglia Canevaro, nuovo proprietario del complesso, al fine di dare una maggiore unitarietà all’insieme articolato di edifici che compongono l’immobile. Il progetto di ristrutturazione, che prevede anche un ampliamento del fronte ovest, viene datato tra gli anni 1889 e 1899, attraverso il confronto fatto con la documentazione fotografica rinvenuta nell’archivio della famiglia stessa.

Analogamente è stata possibile l’attribuzione del progetto all’architetto Giuseppe Partini, che risulta impegnato in quegli stessi anni nella realizzazione della grandiosa Cappella di famiglia nel Cimitero di Zoagli.

In realtà, da un’analisi più approfondita, l’ampliamento ovest e il nuovo disegno delle facciate del Castello Canevaro, non portano la firma del famoso architetto senese, ma, riprendendo fedelmente tutti gli elementi decorativi presenti nella Cappella, vengono realizzati più probabilmente da maestranze locali.

Nel 1899 si può davvero parlare del complesso di Castello Canevaro, in cui i prospetti della Torre e dell’antico Palazzo Padronale vengono ridisegnati secondo la facciata principale a ovest, arricchita dall’introduzione di due torrette di gusto eclettico.

La storia dell’edificio, che alla fine del secolo XIX raggiunge il momento di massima rilevanza, s’interrompe bruscamente con il 1943, anno in cui Zoagli viene duramente bombardata per la presenza dell’alto ponte ferroviario che la sovrasta e che risulta essere la causa della distruzione di buone parte della Villa Padronale, ovvero del "Palazzo Malfante".

Dalle vecchie foto d’archivio privato risulta integra soltanto la parte più vicina alla torre, che nel 1947 viene ricostruita con un semplice tamponamento sulla parete nord e l’introduzione di un terrazzo piano praticabile come copertura. Negli anni del dopoguerra, fino ai giorni d’oggi, l’edificio viene utilizzato solo a scopo residenziale e perciò diviso in appartamenti, andando incontro al conseguente degrado causato dalla mancanza di un progetto unitario di manutenzione.

A ciò si arriverà nel 1998, anno in cui sono commissionati dall’attuale proprietario i lavori di “Restauro e Risanamento conservativo” disposti, in parte, dalla normativa specifica Regionale.

Il progetto redatto dagli architetti C. Bruzzo, F. Gotta e M. L. Grasso ha riportato alla luce l’unitarietà voluta alla fine dell’Ottocento dall’architetto Partini e dalla famiglia Canevaro, introducendo, nella Torre e nei fondi voltati del Castello, nuovi spazi espositivi, con l’intento di ristabilire quella fruizione pubblica per la quale erano stati costruiti.

BIBLIOGRAFIA

1955

M. VINZONI, Il dominio della serenissima Repubblica di Genova in terraferma, Civica Biblioteca Berio, ms. cf. 2. 9., manoscritto datato 1771 (stampa in facsimile Novara 1955).

1975

F. SBORGI, La Liguria di Levante nell’800 dalle vedute di P.D. Cambiaso, ECIG, Genova 1975

1983

M. VINZONI, Pianta delle due riviere della Serenissima Repubblica di Genova divise in commissariati di Sanità, Genova, Sagep, 1983 (ristampa anastatica del manoscritto del 1767).

1989

P. STRINGA, Castelli in Liguria, Sagep, Genova 1989.

1990

G.V. GALLIANI, Tecnologia del costruire storico genovese, Sagep, Genova marzo 1990, pp. 59-61

1993-1994

C. BRUZZO, M. L. GRASSO, Architettura e difesa costiera nella Riviera di Levante: dinamica delle destinazioni d’uso, tesi di laurea, relatore prof. G. V. Galliani.

M. L. GRASSO, La particolare trasformazione del complesso dell’Arenella, I lavori di costruzione della torre in C. BRUZZO, M. L. GRASSO, Architettura e difesa costiera nella Riviera di Levante: dinamica delle destinazioni d’uso, tesi di laurea, relatore prof. G. V. Galliani.

C. BRUZZO, La particolare trasformazione del complesso dell’Arenella, La riconversione dell’architettura da difesa ad uso abitativo, in C. BRUZZO, M. L. GRASSO, Architettura e difesa costiera nella Riviera di Levante: dinamica delle destinazioni d’uso, tesi di laurea, relatore prof. G. V. Galliani.

1995

L. KAISER, Tra pirateria e peste: una linea fortificata per la salvezza e la sanità di Rapallo, in L. KAISER, A. ROTTA (a cura di), Medioevo a Rapallo, Atti del convegno di studio (Rapallo, 19 novembre 1994), Rapallo, pp. 39-41.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda IX: Parco Merello, loc. Parco Merello 39-40 (Villa Merello)

L’edificio, ubicato a ponente del borgo di Zoagli, è adiacente a un percorso vicinale che, dipartendosi dalla via Aurelia a ponente di Zoagli, sale alla chiesa di San Pantaleo.

Visibile dalla zona di San Pantaleo, dalla zona del Castellaro, dalla via Aurelia a levante di Zoagli, il monumento caratterizza il paesaggio con la sua vistosa presenza.

La costruzione corona un vasto parco, lottizzato, in massima parte, per l’edilizia e si trova, in linea d’aria, di fronte al cosiddetto Castello di Sem Benelli, di Giuseppe Mancini, costruito nel 1914 (cfr. scheda VIII).

Villa Merello, invece, è stata costruita nel 1913 da Gino Coppedè (1866-1927), architetto, decoratore e scultore che sviluppò, assieme ai fratelli Adolfo e Carlo, un particolare stile decorativo (“stile Coppedè”) in cui si fondono elementi derivati da vari stili storici (soprattutto romanico e gotico ma anche rinascimentale e barocco).

L’attività artistica di Coppedè si sviluppò dapprima nel campo della decorazione e della scultura in legno, in seguito si rivolse all’architettura, con la costruzione del castello MacKenzie a Genova fra 1897 e 1902.

Villa Merello presenta pianta poligonale irregolare e alzato impostato su due piani.
Il primo piano è caratterizzato da un’ampia terrazza in parte coperta con spioventi sostenuti da colonnine su tutto il perimetro, a esclusione del prospetto nord. Le pareti interne della loggia sono affrescate, con ogni probabilità, dal pittore Enzo Bifoli, per le strette analogie con le decorazioni dell’atrio di Palazzo Zuccarino, costruito da Gino Coppedè in via Maragliano a Genova nel 1906-1907.

Il prospetto sud del secondo piano è anch’esso terrazzato e scandito da lesene che inquadrano tre specchiature e due finestre; questa parte, tuttavia, dal confronto con foto d’epoca appare totalmente ristrutturata e rialzata nella parte esterna e, ormai, del tutto priva dell’originaria decorazione a scacchi. Sopra il coronamento è posta una serie di quattro statue.

Il complesso è sovrastato da un corpo slanciato a mòdi torre, a due piani, che richiama immediatamente l’attenzione dell’osservatore.
Il piano inferiore riceve luce da finestre inquadrate da specchiature a sesto acuto, il superiore, impostato su quattro mensole per lato, da finestroni rettangolari.

Le superfici esterne interamente intonacate e dipinte, l’alternanza dei pieni e dei vuoti, la presenza di sculture contribuiscono a creare un effetto d’insieme d’impronta decisamente decorativa; è limitata, peraltro, l’esasperazione nel trattamento plastico-chiaroscurale delle superfici tipica di alcune realizzazioni di Coppedè (il già citato Castello Mackenzie a Genova, Villa Biancardi a Codogno, Villa Cattaneo a Lugano, Villa Canali ancora a Genova) e dello stesso Castello di Sem Benelli.

Analogie sembrano riscontrabili, invece, con la maggior sobrietà di Villa già Odero (oggi Ardissone-Costa) a Portofino, costruzione parallelepipeda su tre piani, coronata da una torretta e circondata da una loggia.

La Villa Merello è attualmente oggetto di un intervento manutentivo.

BIBLIOGRAFIA

1982

R. BOSSAGLIA, M. COZZI, I Coppedè, Sagep, Genova, p. 205.

1993

P. GENNARO, Gino Coppedè e il Tigullio, "La Piazzetta", a. III, n. 9, marzo, p. 3.

 



REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda VII: Fascellara, casa di via al Castello 14

A circa 150 metri dall’inizio del percorso vicinale denominato “via del Castello”, che prende avvio presso il civ 80 di via Aurelia (cfr. scheda XVII), si trova un singolare edificio a pianta longitudinale irregolare. Il complesso è introdotto da un portale monumentale, la cui cimasa presenta motivi decorativi in tutto simili a quelli del portale sud del complesso di Via Sant’Antonio, tanto da potersi attribuire alla stessa mano o, quantomeno, alle stesse maestranze; all’edificio si accede salendo due scalini semicircolari, ricavate da una macina tagliata in due (per l’utilizzo architettonico delle macine di frantoio cfr. scheda XIII).

Il portale è sormontato da un’edicoletta contenente una Madonna in Preghiera sullo sfondo di una conchiglia in stucco: quest’ultimo elemento è presente, pure, nel portale sud di via Sant’Antonio.

L’icona sacra non è quella originale, che risulta asportata alcuni decenni fa; infatti si nota la sproporzione tra la nicchia e le piccole dimensioni della statuetta, per colmare la quale sono state murate sul basamento alcune pietre di riporto.

Davanti al portale si nota un piccolo sagrato a tre colori con probabile segnalazione dei punti cardinali; i ciottoli sembrano dello stesso tipo di quelli utilizzati per il sagrato della chiesa di San Pietro di Rovereto (cfr. scheda I; per un esempio di sagrato di epoca più recente, cfr. scheda XIX).

In alzato l’edificio si presenta bucato da aperture disposte in modo non regolare, soprattutto sul lato est.

Il complesso è evidentemente costruito per addizione di corpi, con ingressi indipendenti.

La copertura esterna è in ardesia, con profili in tegole di laterizio.

Il fronte più interessante è quello meridionale, la “facciata” dell’edificio. Impostato su due piani, è preceduto da un corpo in aggetto che oggi costituisce l’ingresso della parte sud del complesso, al quale si accede mediante una scaletta che porta a un vano coperto da una volta a crociera.

Nella parte bassa di tale aggetto si aprono due specie di arcosoli, le cui basi misurano circa cm 112 e 210.

La tradizione locale riconosce in questo edificio il “castello” di cui offre testimonianza il già citato toponimo viario. La Caratata, censimento immobiliare approntato a scopo fiscale nel 1641, cita più di una "casa detta il Castello", sicchè non sembra possibile, al momento, associare con certezza la fonte documentaria al pervenuto materiale. Si può ipotizzare, comunque, la presenza di un insediamento fortificato cronologicamente antecedente all’organizzazione della difesa mediante la costruzione delle torri costiere (cfr. scheda IV, scheda V, scheda VI), utile anche come rifugio per le popolazioni che, in caso di pericolo, potevano ritirarsi nell’immediato entroterra verso Semorile.

Si noti, poi, che la proiezione a mare del percorso di “via del Castello”, oggi interrotto dalla via Aurelia e dalla riorganizzazione urbanistica ottocentesca della zona a sud di questa, porta direttamente nel sito ove attualmente sorge la Torre Saracena (cfr. scheda VI), facendo ipotizzare una dinamica difensiva simile a quella del binomio Torre di Sant’Ambrogio-Torre del Pozzetto (cfr. scheda X, scheda V).

Si può considerare, a conferma dell’ipotesi di un’originaria funzione difensiva del manufatto qui in oggetto, l’interessante dettaglio della traccia di un’apertura murata, forse una caditoia, sul fondo di uno dei citati arcosoli (per analogia vedi i resti del castello di San Giorgio alla Spezia). La tipologia originaria dell’edificio ha, evidentemente, subito molte manomissioni: è ipotizzabile, in particolare, una trasformazione funzionale del complesso difensivo in struttura di produzione agricola e manifatturiera, come testimoniato dalla presenza in loco della citata macina, poi riutilizzata come gradino, e delle due finestre di diverse dimensioni nella parte alta della facciata sud, aperte per una funzionale illuminazione dei telai.

 

BIBLIOGRAFIA

1641

Rapallo quartiere di Borzoli Capelle S. Martino S. Ambrogio S. Maria San Maurizio, ms., ASG, magistrato comunità 765 , cc. 29-31.

1971

E. D. Bona, P. Costa Calcagno, F. Marmori, G. Colmuto Zanella, I castelli della Liguria, Genova 1972, vol. II, p. 596.

1981

P. Massa, La “fabbrica” dei velluti genovesi. Da Genova a Zoagli, Scheiwiller, Genova, pp. 153-177

1993

P. MARCHI (a cura di), Pietre di Liguria. Materiali e tecniche dell’architettura storica, Sagep, Genova, pp. 92-157.

 

Fonti orali

2002

G. GAIA MARETTA, domiciliato in via del Castello 14, comunicazione orale.



REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda VIII: Monteprato, casa di via Aurelia 38-40 (Castello di Sem Benelli)

Il cosiddetto Castello di Sem Benelli dista circa 700 metri dal borgo di Zoagli verso levante.

Si erge in posizione dominante sull’intero golfo, ubicato su uno sperone di roccia a strapiombo sul mare.

Il sito è contrassegnato dal toponimo “Castellaro”.

L’edificio, di mole notevole, è visibile dal percorso della via Aurelia che lo affianca a nord.
è uno dei monumenti più noti del territorio zoagliese, ricordato anche nella guidistica a carattere panoramico sul Tigullio e sulla Riviera di Levante.

La costruzione fu voluta dallo scrittore toscano Sem Benelli (1877-1949), che acquistò il terreno da un certo Giovannino delle Gallerie con i ricavati dei diritti d’autore della sua opera e della sua Compagnia Stabile denominata “benelliana”.

Durante i lavori di costruzione del castello, Sem Benelli abitò in affitto a San Pietro di Rovereto, nella villa Capitanio-Soracco.

Il progetto si deve a Giuseppe Mancini, amico e conterraneo di Sem Benelli principalmente qualificato come scenografo, nel 1914; si tratta di una delle sue poche realizzazioni architettoniche.

La costruzione cade un anno dopo la cosiddetta Torre Merello di Gino Coppedè, ideale pendant del Castello di Sem Benelli sul territorio zoagliese (cfr. scheda IX). Nel 1933 Raffaele Calzini indica il Castello di Sem Benelli come costruzione emblematica dell’anno 1914, assieme ad altri due edifici milanesi (palazzo Viviani-Cova di Adolfo Coppedè, e casa Berri-Menegalli di G. Arata).

Rispetto alla tipologia delle "ville-castello" dei Coppedè (a Genova, per esempio, il Castello Mackenzie del 1897-1902, la Villa Coppedé del 1902, il Castello Turcke del 1903, a Lido di Camaiore la Villa Rolandi-Ricci del 1909, a Lugano la Villa Cattaneo del 1913), il Castello di Sem Benelli, a pianta articolata, sembra caratterizzato da una maggiore compattezza di volumi, che si raggruppano in modo complesso attorno a un alto corpo centrale elevato sugli altri a mòdi torre.

L’insieme è improntato a uno spiccato decorativismo ottenuto mediante il trattamento chiaroscurale delle superfici, la presenza in esterno di parti dipinte, soprattutto l’accostamento di materiali diversi (pietra, mattoni, marmi colorati).

Si tratta di caratteri tipici dell’architettura eclettica tra fine Ottocento e inizio Novecento, che tuttavia Mancini arricchisce, in quest’esempio, di componenti originali come l’effetto decisamente teatrale conferito all’ingresso della villa, strombato e inquadrato da un monumentale arcone a mòdi fondale scenico, e il trattamento curvilineo delle superfici, realizzato soprattutto nella sommità della “torre” che assume una forma rastremata in alto, rinunciando alla larga copertura tipica dello stile Coppedè, come pure alle sue componenti neomedievali e neogotiche e all’impostazione squadrata della pianta e degli alzati.

Mancini, piuttosto, potrebbe aver tratto ispirazione dalla tipologia del mausoleo novecentesco sviluppato verso l’alto, con forma a pinnacolo che ricorda certa architettura sacra orientale (gli stupa tibetani e indiani): si veda, per esempio, la Tomba Ernesto Puccio di Gino Coppedé al cimitero di Staglieno (Genova).

Dell’edificio lo stesso Sem Benelli scrive: "Sugli scogli di Zoagli avevo follemente costruito quel mio Castello, più per gioco che per altro, perché io, nato dal popolo, mi contento dei miei libri […] La mia vita a Zoagli era solitaria e quasi selvaggia; avevo per amici gente umile e buona, che mi voleva bene e mi seguiva nell’arte con affetto […]".

In seguito le condizioni finanziarie dello scrittore, in parte per la cattiva gestione del proprio patrimonio, in parte per le difficoltà creategli dall’ostracismo del regime, divennero critiche e Sem Benelli fu costretto nel 1943 a vendere l’amato “Castello” all’industriale milanese Costantino Lentati, trasferendosi nella vicina casetta del giardiniere ove rimase sino alla morte, il 19 dicembre 1943.
Sul muro della villetta, adiacente alla via Aurelia, esiste ancor oggi la lapide che recita:

 

QUI/ DOVE VISSE SOGNò SCRISSE SOFFERSE SEM BENELLI/ POETA DRAMMATURGO/ PATRIOTA SOLDATO/ SI SPENSE IL 18 DICEMBRE 1949/ ZOAGLI/ CHE DI SUA NATURAL BELLEZZA/ ACCESE L’ALTO SPIRITO/ QUI CON ESSO RIAFFERMA/ L’AMOROSO POSTO DI FEDE/ PER SEMPRE/ SALVADOR GOTTA SCRIPSIT.

 

La salma dello scrittore fu sepolta nel camposanto di Zoagli, come egli stesso aveva indicato: "I Liguri sono bravi, perché sono tutti per loro e i loro propositi. Lascerò ai Liguri ogni cosa mia: questo scoglio è di loro; il mio museo; il mio scheletro. Li rispetteranno con poche parole, come rispettano quello che uno ha, basta che rispetti il loro".

Tuttavia, dopo un anno, il corpo fu trasportato a Prato, presso la sua città natale; fu rispettata, invece, la volontà testamentaria che legò il suo archivio e la sua biblioteca alla Società Economica di Chiavari. Il lascito Sem Benelli è costituito da 3.080 volumi a stampa e 140 plichi di manoscritti. Va notato, tuttavia, che, come si rileva dalla sua opera Schiavitù, Sem Benelli aveva precedentemente venduto parte dei suoi libri; inoltre i tedeschi, perquisendo nel 1943 il suo alloggio, vi avevano manomesso molti plichi di lettere.

Il settore est dell’edificio è da oltre un anno oggetto di intervento manutentivo.

BIBLIOGRAFIA

1921

L. GRAVINA, Rapallo e golfo Tigullio, Chiavari 1921, p. 71.

1933

R. CALZINI, Ventennio Italia 1914-1943, suppl. n. 72 di "Domus", dicembre, p. 29.

1979

V. GARRONI CARBONARA, Portofino e la costa da Nervi a Zoagli, Genova 1979, pp. 28-31 ("Liguria territorio e civiltà", collana diretta da Gaspare Fiore, n. 7).

1981

E. BERNARDINI, Genova e la riviera di Levante, Genova, p. 181.

1982

R. BOSSAGLIA, M. COZZI, I Coppedè, Sagep, Genova 1982, p. 25.

1983

La Liguria paese per paese, Genova, vol. III, p. 167.

1985

A.OBERTELLO, A cuor levante. Incontri con la mia terra, Milano, p. 94.

1991

P. GENNARO, Sem Benelli e il suo castello, "La Piazzetta", a. I, n. 4, dicembre 1991, pp. 3-4.

1993

A. AMICI, M. L. BIANCHI, O. DEL ZOPPO VALLINI, S. OLIVARI, Le vie del velluto: l’entroterra di Zoagli. Due itinerari nell’area cornice del parco naturale regionale del monte di Portofino, Zoagli, passim.

1996

G. F. GRASSO, Storia dei duecento anni della Biblioteca della Società Economica, Società Economica di Chiavari, Chiavari 1996, pp. 46-50.



REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XI: Sant’Orsola, casa di via San Pietro di Rovereto 15

Sull’antico percorso della “via Romana”, poco a est del bivio che dall’Aurelia, in località Monteprato, porta a San Pietro e a Sant’Andrea di Rovereto, sorge un edificio che reca evidenti e interessanti tracce di antichità.

A pianta quadrangolare, si presenta articolato, in alzato, in due volumi a diverse altezze, digradanti verso sud. Il lato nord è bucato da due serie verticali di aperture poste in asse.

L’intonaco lascia a vista parte dello zoccolo basamentale e dei cantonali, costruiti con pietra a taglio di grosse dimensioni, e alcuni dettagli murari.

In particolare, sulla parete ovest è visibile un singolare arco in cotto. La ghiera dell’arco è formata da due serie (quella interna è parzialmente murata) di mattoni listati posti di taglio ed è sormontata da altre tre serie di mattoni, curiosamente trattati in funzione decorativa: la prima e la terza serie di mattoni listati e rigati, disposte con il lato lungo parallelo alla ghiera, incorniciano la serie intermedia, costituita da mattoni parallelepipedi e graffita con motivi a losanga.
L’arco in cotto è impostato su conci monoliti, usati anche occasionalmente nella tessitura delle cortine murarie.

Purtroppo manca qualunque notizia storica al riguardo dell’edificio.
La presenza dell’arco, possibile residuo di loggia o porticato – ma più probabilmente di un semplice ingresso - ha indotto qualche studioso a suggerire l’ipotesi di identificazione con l’ospedale di Sant’Orsola, di cui sono pervenute notizie dal XVI secolo, ma probabilmente risalente al XV (cfr. scheda XX).
Tale ipotesi sembra discutibile, considerando il fatto che i dettagli architettonici e i materiali visibili sembrano riconducibili a un’epoca anteriore e, comunque, la qualità del manufatto, nel trattamento dei materiali e nei dettagli architettonici, pare superiore a quella degli standards usati per i piccoli ospedali rurali.

Inoltre la tipologia architettonica degli antichi hospitalia rurali liguri è assai diversa da quella dell’edificio in oggetto, sviluppato in altezza piuttosto che in senso longitudinale. Tale carattere farebbe piuttosto pensare a una casaforte o una casa-torre, ma – a parte l’assenza di tracce toponomastiche e storiche di una fortificazione in zona - anche così non si spiega la presenza di un arco in cotto decorato, in contrasto con la funzionalità propria dell’architettura fortificata.

Per quanto riguarda la datazione del manufatto, al momento, si può avanzare la generica ipotesi di collocazione cronologica entro il XIV secolo. Al momento, l’analisi tecnica dei materiali antichi in vista sembra la strada più percorribile per tentare di una lettura storica dell’edificio.

BIBLIOGRAFIA

1986-1987

R. Stellato, Fortificazioni edifici ecclesiastici borghi nella Liguria di levante nel Medioevo: Comune di Zoagli, tesi di laurea, Università degli studi di Genova, a.a. 1986-1987, relatrice prof. Colette Dufour Bozzo.



REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XII: Scoglio, casa di via Sant’Antonio 1 (Villa Campodonico)

Su un percorso vicinale che da est della chiesa di San Pantaleo scende a Zoagli sorge un complesso monumentale di notevole interesse, costituito da villa con torre, cappella privata (vedi scheda III) e cinta muraria nella quale si aprono tre portali monumentali.

Quello est è adiacente alla cappelletta privata alla quale sembra coevo (cfr. scheda III).

Sullo stipite est di tale portale è murato un tabernacolo marmoreo (cm 50 alla base) munito di cuspide e basamento in ardesia (lunghezza cm 70) a rischio di sfaldamento; la piccola struttura ospita, in una nicchia a tutto sesto, una Madonna seduta con il Bimbo.
Sotto il tabernacolo sono graffite le seguenti cifre: 15 I 92.

Il portale intermedio, di sapore neoclassico e contrassegnato dal civico n 1, sembra il più recente e costituisce oggi l’ingresso alla villa.
è sormontato da un timpano e da un’architrave sotto la quale, come appeso a una lista appositamente posta sopra la porta d’ingresso, figura uno stemma in marmo bianco, al cui disegno non si è riusciti ad associare un casato.

Si tratta di uno scudo ovale partito: nel primo con leone rampante coronato, tenente un ramo di palma; nel secondo con animale fantastico rampante. Lo scudo è sormontato da un cimiero con celata chiusa e circondato da lambrecchini in forma di volute.
I blasoni delle famiglie che in passato risultano insediate in villa, i Della Torre e i Sauli (cfr. infra), sono completamente diversi.

La decorazione architettonica del portale è in stucco a imitazione del marmo e si presenta in stato di degrado.
Dei tre portali, il più antico sembra quello ovest che si scorge seminascosto dalle fronde. La monumentale apertura è costituita da una struttura in pietra rivestita da mattoni listati, disposti a formare un rivestimento a bugnato, che oggi hanno perso l’originaria intonacatura gialla e rossa.
Sopra la sommità del portale, sono leggibili le tracce di una sagoma asportata, probabilmente un blasone.

Sopra il coronamento orizzontale del portale, sempre in mattoni, si scorge una serie di sei beccatelli in ardesia, che evidentemente reggevano qualcosa che oggi è caduto o è stato asportato e un tempo era sopra il portale.

La via che dall’accesso ovest portava alla villa è oggi inagibile.
Sia il portale ovest che il portale est sono chiusi da un cancello in ferro, di disegno simile.

La villa, infine, si presenta a pianta poligonale irregolare ed è costituita da un corpo principale a due piani sul quale si innesta una torre, spartita orizzontalmente in due registri da una cornice marcapiano dipinta.
Nel registro superiore si aprono finestre archiacute. La torre è coronata da merli a coda di rondine su beccatelli. Per quanto visibile, l’edificio è interamente intonacato; non è pertanto possibile la lettura della tessitura muraria.

Il complesso architettonico e il contesto ambientale in cui sorge sembrano restituire una preziosa testimonianza materiale del passato. Sebbene siano infatti evidenti segni di degrado, l’impianto monumentale sembra aver conservato la sua fisionomia originaria, contrariamente alla maggior parte delle ville aristocratiche dei secoli XVI-XVII, utilizzate come sede di Enti Locali, di pubblici servizi e di impianti alberghieri, in molti casi svilite dall’uso improprio o dall’impatto ambientale circostante.
In questo caso, invece, ha contribuito alla conservazione del complesso la sua ubicazione rurale e il fatto che la proprietà, sebbene trasmessa, sia sempre rimasta, probabilmente, indivisa: tale situazione è ancor oggi riscontrabile.

L’incisione leggibile sotto il citato tabernacolo è redatta in cifre arabe e non romane e compressa in uno spazio che non sembra previsto ad hoc; un indicatore per una collocazione cronologica attorno al secolo XVI è dato, piuttosto, dallo stile del piccolo manufatto, di cui rimane da verificare e precisare la pertinenza al complesso architettonico.

Prima notizia certa dell’esistenza della villa è rilevabile dal censimento degli immobili a scopo fiscale eseguito nel 1641, la cosiddetta Caratata. Nel registro relativo al quartiere Borzoli si legge: "item terra del R. P. Bartolomeo Merello quondam Battista in quale sono due case con torre […] arborata olim fichi vigna cetroni limoni et altro, circondata tutta di muraglie et confinata da tutte le bande strata, stimata in lire sedeci millia. Protestandosi detti estimatori che fanno secondo il loro giudicio detto estimo poiché è villa fatta alla genovese con case e torre de quali non si può far calcolo di vendita et loro non ne sono molto capaci et così protestano […]".

La proprietà, ubicata in località “costa dei Merelli”, è censita per un valore che, sebbene “inestimabile”, si aggira attorno alle sedicimila lire, il più alto registrato nelle tre parrocchie di Sant’Ambrogio di Rapallo, San Martino di Zoagli e di San Pietro di Rovereto.
Pare, inoltre, che all’epoca la cinta comprendesse non una, ma due "case"; una sola di esse, tuttavia, sembra dotata di "torre".

Può darsi che una delle due "case", presumibilmente quella meno importante e vistosa, sprovvista di "torre", sia stata in seguito abbattuta o ristrutturata; non è escluso che tracce di questa seconda "casa" siano inglobate in una delle costruzioni minori tuttora comprese dentro la cinta muraria del complesso. I Remondini, nel monumentale censimento di tutti gli edifici religiosi dell’arcidiocesi di Genova, ricordano come proprietari della "Cappella pubblico-privata intitolata a S. Antonino" - e quindi, con molta probabilità, della villa qui in oggetto - i Della Torre sin dal 1746, e in seguito i Sauli dal 1826 (cfr. scheda III); ancora nel 1921 la villa è ricordata come proprietà dei Sauli in una guida del Tigullio. Oggi il complesso monumentale appartiene alla famiglia Campodonico.

Uno studio ravvicinato di carattere tecnico sui tre portali e sul tabernacolo, unito ad ulteriori ricerche sui materiali inediti, permetterà, forse, il collegamento dei resti del pervenuto materiale alle fasi storiche del complesso.

BIBLIOGRAFIA

1641

Rapallo quartiere di Borzoli Capelle S. Martino S. Ambrogio S. Maria San Maurizio, ms. dell’Archivio di Stato di Genova, magistrato comunità 765, c. 67 r.

Seconda metà XVII sec.

G. CAMINATI, Insegne gentilizie di famiglie cittadine della Liguria, ms. del sec. XVII, II metà, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, Y II 28.

1888

A. e M. REMONDINI, Parrocchie dell’Arcidiocesi di Genova, vol. IV, Genova, P. 124

1921

L. GRAVINA, Rapallo e golfo Tigullio, Chiavari, p. 72.

1928-1935

V. SPRETI, Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R.. Governo d’Italia, Milano 1928-1935, vol. VI (ristampa anastatica Forni, Bologna 1969), pp. 156 (per stemma Sauli) e 665 (per stemma Della Torre).

1992

G. V., Una storia d’altri tempi. Nell’Ottocento i Marchesi Sauli in villa a Zoagli, "La Piazzetta", a. II, n. 6, giugno, p. 8.

1993

I. CABONA, T. MANNONI, Liguria. Ritratto di una regione, Sagep, Genova 1993 8I ed. 1988), p. 212

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XIII: Sexi, casa di "cà da basso"

Su uno dei percorsi di mezzacosta che collegano Semorile con San Pantaleo si trova l’insediamento abbandonato di Sexi, costituito dai tre nuclei “ca da basso”, “ca di mezzo” e “ca d’alto”, illustrati in figura. Il più accessibile, quello “càda basso”, è costituito da una serie di case rurali, oggi fatiscenti, che si sviluppano senza soluzione di continuità lungo il sentiero che le affianca a nord.

Il nucleo di Sexi “càda basso” risale con probabilità al XVIII secolo, anche se non è esclusa una sua anteriorità per la vicinanza con la chiesa di Santa Maria Maddalena datata al 1629.

Dagli inizi del XVIII e specialmente dopo la metà del secolo, infatti, si registra la nascita di nuovi insediamenti rurali, ubicati di solito al di fuori dei principali percorsi e ad altitudine superiore a m 500. Il fenomeno fu dovuto a più fattori: l’incremento demografico dopo lo spopolamento causato dalla terribile pestilenza di metà Seicento; l’influenza del razionalismo illuminista che favorisce, attraverso la fondazione delle Società Economiche, nuove proposte di riforma atte a valorizzare la campagna; il miglioramento della produttività dei terreni per l’introduzione di nuove colture (mais, patata).
La ripresa dell’attività edilizia, specialmente di tipo abitativo, s’inquadra, quindi, nell’ambito di un movimento di riqualificazione della vita contadina di portata europea, modellato sull’esempio francese.

Gli edifici di tali insediamenti rurali sono costruiti da manodopera reperita direttamente sul posto utilizzando materiali locali, lavorati a spacco e messi in opera con poca malta.

Raramente le case d’abitazione raggiungono i due piani; ove possibile, sfruttano il pendio appoggiandosi a esso. Un certo rilievo e impegno architettonico è concesso alle aperture, di foggia molto varia, a volte costituite da grossi monoliti disposti a mòdi architravi su stipiti in conci: i cosiddetti portali “eulitici”, che hanno in passato attratto l’attenzione degli studiosi e sono stati recentemente oggetto di un riesame critico molto analitico da parte di Osvaldo Garbarino.
Portali simili nel territorio di Zoagli sono stati individuati a Semorile e Solaro (rappresentato in figura).

L’autore, che ha tenuto a battesimo il termine “eulitico” - preferito a “rustico” o “megalitico” perché evita l’equivoco di una considerazione in termini “minoritari”, “vernacolari” o “arcaici” del fenomeno – considera nel proprio lavoro l’ingresso della casa rurale di Sexi come esempio di “portale eulitico II”, nel quadro di una precisa tipologia che ha codificato lavorando su portali “eulitici” di varie regioni d’Europa.

Lo studioso sottolinea la mancata uniformità di diffusione del fenomeno e il fatto che i reperti risultano contenuti in limiti territoriali ben precisi, mai oltrepassati; questo dimostrerebbe che le pietre lavorate alla maniera “eulitica” furono in massima parte riutilizzate sul posto, prevalentemente nell’ambito di ristrutturazioni riguardanti le stesse case a cui già appartenevano. Quanto alla cronologia di tali strutture, Garbarino propone datazioni molto alte, dall’VIII al X secolo.

Lo studioso propone, a supporto della propria tesi, una serie di argomentazioni, la principale delle quali riguarda l’incisione di date su molte architravi “eulitiche” che risulta, in massima parte, aggiunta in epoche posteriori all’epoca della messa in opera dei manufatti.

Riportare il portale “eulitico” di Sexi, assieme alle altre decine reperibili nel Tigullio, all’epoca altomedioevale è un’ipotesi molto suggestiva che, tuttavia, rimane difficilmente dimostrabile. Sembra verosimile, piuttosto, l’antichità degli schemi e delle tipologie individuate dallo studioso, che si sarebbero mantenute inalterate per secoli.

Altri studiosi si concentrano sull’aspetto sociologico e semantico di tali manufatti piuttosto che su quello storico e artistico, sottolineando la doppia funzione del portale “eulitico” che, con o senza incisioni di simboli religiosi, identifica e protegge il luogo, la casa, la famiglia, l’ingresso come valore in sé. Tale è la doppia natura del portale: da una parte rinforza la bucatura sottolineandone la sua essenzialità architettonica e, in particolare, regge, mediante l’architrave, la facciata dell’edificio; dall’altra esprime con un minimo di materiale il valore dell’interazione tra spazio pubblico e spazio privato come fondamento della comunità. Il portale traduce tale fondamentale concetto in immagine, così come la porta urbica risulta immagine dell’autocoscienza cittadina.

BIBLIOGRAFIA

1950

T. O. DE NEGRI, Porte rustiche, "Bollettino Ligustico", II, 3, pp. 81-84.

1951

T. O. DE NEGRI, Porte rustiche ed architettura romanica perenne, in "Bollettino Ligustico", III, 3, pp. 81-87.

1984

G. SPALLA, L’architettura popolare in Liguria, Laterza, Bari, pp. 181-182.

1989

C. DUFOUR BOZZO, La porta urbana nel Medioevo. Porta Soprana di sant’Andrea in Genova: immagine di una città, “L’Erma” di Bretschneider, Roma.

1993

I. FERRANDO, T. MANNONI, Liguria. Ritratto di una regione, Sagep, Genova, pp. 159-151.

2000

O. GARBARINO, Monaci, milites e coloni, De Ferrari, Genova, passim.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XIV: Solaro, casa di via al Santuario della Madonnetta 13

Uno dei cinque itinerari di crinale perpendicolari alla costa zoagliese prende avvio da "via del Castello", conduce al Santuario della Madonnetta, perviene al Monte Anchetta e allo spartiacque che circonda ad anello la vallata del torrente Semorile e scende, infine, a Rapallo facendo tappa al Santuario di Montallegro.
Lungo tale itinerario, a sud del Santuario della Madonnetta, si trova la località Solaro, per cui Raffaela Stellato ha proposto l’identificazione con la statio romana Ad Solaria, citata nella Tabula Peutingeriana e nelle antiche fonti itinerarie dell’Anonimo Ravennate e di Guidone.

Si tratta di una posizione che precisa le ipotesi della critica tradizionale, divisa, al riguardo dell’ubicazione di Ad Solaria, tra l’identificazione con Zoagli o Rovereto (cfr. scheda I).
I glottologi considerano il termine Solaria un derivato in – ario –, proprio del latino parlato, del latino sol, sole, quindi “zona esposta al sole”, caratteristica geografica che da un lato è riscontrabile nella località Solaro, dall’altra è evidentemente molto diffusa, determinando un proliferare di toponimi con la stessa radice (per esempio, sempre sul territorio zoagliese, la località Solari presso la strada vicinale San Pantaleo-Sant’Antonio).

L’identificazione di Ad Solaria con Solaro sembra quindi non sostenibile sulla sola base linguistica; la vicinanza con Rovereto, peraltro, aggiunge indizi interessanti che potrebbero suggerire, in via puramente ipotetica, l’ubicazione di Ad Solaria nella zona orientale del territorio di Zoagli.

A Solaro si trova un insediamento ottocentesco formato da almeno tre emergenze interessanti, corrispondenti agli attuali civ 11, 13 e 15 di via Al Santuario della Madonnetta.

L’edificio al civ 11 è un tipico esempio di villa borghese tipo “castelletto”, versione rurale dei ricchi edifici tardo-ottocenteschi e primonovecenteschi di cui si sono rilevati diversi esempi nel centro di Zoagli (cfr. scheda VIII, scheda IX, scheda XVI, scheda XVII). Il civ 15 è una grande casa padronale a impianto rettangolare, all’interno della quale sono tuttora conservati interessanti reperti di civiltà contadina (le macine di un frantoio e il sistema a trazione che ne permetteva il funzionamento).

Il civ. 13, qui considerato in specifico, è un semplice ma notevole edificio a pianta quadrata, impostato su due piani, con copertura in abbadini d’ardesia a due spioventi. Le pareti esterne sono rivestite di intonaco a fondo liscio color rosso, segnato da fasce spartipiano gialle, graffite e dipinte con striature arancio e azzurro, creando un insieme di notevole raffinatezza; gli spigoli sono pure graffiti e dipinti a finto bugnato.

Il semplice ed elegante portalino d’ingresso in marmo bianco, che si presenta in forme tipicamente ottocentesche, è costituito da snelli stipiti lievemente modanati, come l’architrave e la lunetta che inquadra un sovraporta in ferro battuto.
Sulla lunetta è applicata una chiave di volta, sempre in marmo, sulla quale figurano le iniziali “F. F.”. A sinistra del portale è murata una tessera in marmo con la data 1876.
Le finestre sono distribuite a ritmo regolare, ampie, rettangolari e inquadrate anch’esse da fasce gialle dipinte; i vetri sono centinati e spartiti in quattro parti per anta, i serramenti sono del tipo “alla cremonese”.

All’interno è possibile intravedere soffitti a solaio, formati da travi a cui è fissato un rivestimento in canniccio intonacato, più curato nel settore sud dell’edificio.
Al secondo piano, dalla finestra centrale, si scorgono soffitti affrescati. Notevole, inoltre, la raffinata modanatura del cornicione marmoreo sottogronda.

Ampie cadute di intonaco mostrano una muratura in pietra a scaglie, cementata con poca malta. I cantonali, invece, sono formati da grossi conci.

L’edificio è in pessime condizioni conservative e a serio rischio di perdita, in seguito a una dinamica di degrado comune a molte case rurali abbandonate: il crollo, anche parziale, del tetto permette la stagnazione delle acque e la loro risalita dal basso.

Un intervento di restauro urgente sembrerebbe auspicabile, a maggior ragione, trattandosi di un notevole esempio di casa rurale datato, con caratteri di particolare ricercatezza e, sebbene rovinato, ancora leggibile nel suo impianto originario: sembra infatti da escludere il sovrapporsi di diverse fasi edilizie, almeno per quanto riguarda l’impianto complessivo del volume esterno. Più frequente, invece, il caso in cui il riuso dei manufatti rustici tende a cancellare i segni del passato, nel tentativo di imitare le case urbane e di migliorare la qualità della vita.

Ciò comporta, a fronte di un maggior costo dell’intervento, il risultato di alterare il paesaggio e diminuirne il valore economico, visto il crescente interesse del turista e dell’amatore qualificato e con possibilità economiche verso ambienti il più possibile conservati.

Alla prima metà dell’Ottocento risalgono solo il 10% delle case rurali intonacate del Genovesato, mentre il 50% è stato costruito nella seconda metà del secolo e il 40% nei primi decenni del Novecento. Esempi di edifici tipologicamente simili a quello qui esaminato (ma impostati su tre piani e con tetto a quattro spioventi) sono la cosiddetta Canova di Corsiglie (Neirone), costruita all’esterno del nucleo che ha conservato diverse case del secolo XVI e la Villa Merea – Magnasco a Genova, sulle alture di Staglieno.

BIBLIOGRAFIA

1981

G. PETRACCO SICARDI, R. CAPRINI, Toponomastica storica della Liguria, Sagep, Genova 1981, p. 72.

1983

L. BOSIO, La Tabula Peutingeriana, Rimini.

1986-1987

R. Stellato, Fortificazioni edifici ecclesiastici borghi nella Liguria di levante nel Medioevo: Comune di Zoagli, tesi di laurea, Università degli studi di Genova, a.a. 1986-1987, relatrice prof. Colette Dufour Bozzo.

1987

Le ville del Genovesato, Genova 1987, vol. IV, pp. 138-139, n. 30.

1990

J. SCHNETZ (a cura di) Itineraria romana. Vol. II: Ravennatis Anonymi cosmographia et Guidonis geographica, Stuttgart, pp. 86 e 131.

1991

G. BRINO, Colori di Liguria. Introduzione ad una banca dati sulle facciate dipinte liguri, Sagep, Genova 1991, pp. 169-184 e 194.

1993

I. F. CABONA, Liguria: Ritratto di una regione, Sagep, Genova (I ed. 1988), pp. 212-219 e fig. 186.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XIX: Zoagli, casa di via Garibaldi 20/ via Garibaldi 24

* La descrizione di spazi ed elementi architettonici è limitata a quanto visibile dall’esterno del parco. Non è stato possibile, per ora, effettuare la lettura ravvicinata dell’interessante edificio.

Sul pendio immediatamente a est del borgo di Zoagli, nella zona sovrastante la stazione ferroviaria e nello spazio di poche decine di metri, si concentrano alcuni interessanti esempi di edifici ottocenteschi e novecenteschi (cfr. scheda XVI, scheda XVIII), tra i quali un edificio a pianta a “T” detto “La Villetta”, circondato da un ampio e lussureggiante parco.

Della villa risultano visibili i fronti sud, est e nord. Il primo è scandito in tre ordini, dei quali i due inferiori corrispondono a una loggetta architravata nel settore inferiore e archivoltata nel superiore, impreziosita da belle vetrate multicolori e da doccioni a forma di teste di leone.

A sud (via Garibaldi 20) si trova quello che una volta doveva essere l’accesso principale dell’edificio, al quale oggi è preferito quello sul lato ovest (via Garibaldi 24), preceduto da un piccolo sagrato a due colori. Il settore nord dell’edificio è interessato da corpi eccedenti a latere a mòdi breve transetto; un aggetto poligonale e bucato da una monofora percorre in verticale il fronte nord.

L’edificio, dalle dimensioni contenute e, sul piano icnografico, vagamente ispirato all’architettura ecclesiastica, sembra aver preservato i propri caratteri originari di unitarietà e organicità. La casa, a differenza dell’esempio di via Aurelia 69 (cfr. scheda XVI), ha un “verso”: all’ingresso, curato e arricchito in senso decorativo, fa riscontro il retro, non meno piacevole ma deciso nel concludere i volumi.

La compattezza dell’edificio, peraltro, risulta movimentata dalla bicromia della muratura, dipinta a fondo rosa con profili bianchi che sottolineano strutture architettoniche portanti, cantonali e bucature raggiungendo un effetto di graziosa e delicata raffinatezza, senza aspirare alla monumentalità propria della vicinissima villa di via Aurelia 80 (cfr. scheda XVII) o, ancora, di quella di via Aurelia 69 (cfr. scheda XVI).

Se quest’ultima si pone, tendenzialmente, sulla linea “floreale”, sebbene temperata da un’ispirazione monumentale e da richiami al repertorio classico, “La Villetta” percorre con misura l’altro versante dell’Art Nouveau, quello “modernista”, che porta l’inventiva fantastica del Liberty a un alto grado di rigore e stilizzazione. In questo senso si apparenta alla villa di via Aurelia 226, datata 1926, della quale sembra riproporre in forma molto simile la vetrata, e soprattutto all’ingresso monumentale delle ville di via Aurelia 358 e 359, che potrebbe essere riconducibile alla stesso progettista della “Villetta” e che, tra l’altro, è pure preceduto da un minuscolo sagrato.

BIBLIOGRAFIA NON REPERITA

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XV: Zoagli, casa di via Aurelia 166/Piazza San Martino 12 (Villa Le Palme)

Mirna Brignole ha trascritto un’interessante notizia ricavata, probabilmente, dall’Archivio parrocchiale della chiesa di San Martino in Zoagli: “...Nel luglio 1770 venne utilizzato uno spazio attiguo alla chiesa, ceduto dal marchese Giuseppe Durazzo, per un miglior effetto scenografico del piazzale...”
In una mappa risalente al sec: XVIII, a ovest della stessa chiesa, è segnalato con la lettera H il terreno di proprietà di “...Sua Ecc.za la Sig.ra Annetta Negroni...”.

Il 10 maggio 1777, Andrea Gandolfo “conduttore” richiede al Magistrato delle Comunità il restauro di una muraglia “...di una terra domestica che conduce alla detta M.ca Sig. Anna, posta nella parrocchia di Zoagli. La terra dè Durazzi a cui di sopra confina la strada, di sotto la piana della chiesa, da un lato il M.co Giuseppe Malfante, dall’altro bene di un’opera pia...” Sul frontespizio della richiesta alle autorità è riportato il nome Anna Durazzi Negrona.

Questo documento permette di individuare la proprietaria del fondo: si tratta di Anna Maria Durazzo (1718 - 1789), figlia di Giuseppe Maria Durazzo e moglie, dal 1739, di Giovanni Battista Negrone, doge dal 1695 al 1771.

La villa di Zoagli è citata nel suo testamento:

“...Lascio al Reverendo Luigi Agrifoglio di Rapallo, continuando a pensare alla mia villa di Zoagli, un abito ossia un taglio di panno nero per vestito intiero...”.

L’intera eredità spetterà all’unica figlia Maria Luigia, moglie di Nicolò De Mari; purtroppo, in questo atto notarile, non sono descritti i beni immobili.

La scrivente si propone di approfondire ulteriormente la ricerca di documenti sulle proprietà immobiliari dei Durazzo in Zoagli, allo scopo di poter identificare con sicurezza gli edifici, definire la datazione e la committenza della Villa delle Palme, che certamente sorgeva nei terreni dell’aristocratica casata.

Un ulteriore approfondimento sarà possibile quando si otterrà l’autorizzazione a visitare gli interni e il giardino ricco di pregiate essenze arboree.

Allo stato attuale degli studi è possibile soltanto osservare analogie nell’apparato decorativo di facciata con le settecentesche ville dei vari rami dei Durazzo come il palazzo omonimo di Santa Margherita Ligure (del 1678 ma portato a compimento nei primi anni del sec. XVIII), Villa Faraggiana ad Albisola, Villa Romairone in Val Polcevera:

 

nei volumi compatti appaiono ravvicinate le tre finestre centrali a ricordare antiche logge
marcati bugnati scandiscono le facciate e contornano le aperture
anche i colori, rosso ed ocra, paiono essere peculiari di tutte le residenze di villa dei Durazzo

BIBLIOGRAFIA

1777

Borzoli, Archivio di Stato di Genova, Magistrato delle Comunità, 359, foglio 34, maggio 10.

1787

Testamento della quondam Illustrissima Anna, Illustrissima figlia del quondam Magnifico Giuseppe Maria Durazzo, e moglie del quondam Serenissimo Giambattista Negrone in notaro Vincenzo Lavagnino, Archivio Durazzo-Giustiniani, Archivio Durazzo, Test., n. 158.

1981

D. PUNCUH, L’Archivio Durazzo dei Marchesi di Gabiano, "Atti della Società Ligure di Storia Patria", n. s., vol. XXI (XCV), fasc. II, Genova, p. 632

M. BRIGNOLE, Zoagli dal ’500 al ’700, Rapallo 2000, p. 51.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XVI: Zoagli, casa di Via Aurelia 69/via Goffredo Mameli 6

Sul pendio immediatamente a est del borgo di Zoagli sorgono alcuni notevoli ville costruite fra fine Ottocento e inizio Novecento, che, quali esempi di decorazione liberty più o meno classicheggiante (il caso qui in oggetto) o stilizzata (cfr. scheda XIX), completano il campionario dell’architettura residenziale borghese cittadina del periodo, di cui si è considerata, per il versante neogotico, la Villa Merello e la villa di via Aurelia 80 (cfr. scheda IX e scheda XVII) e, per il versante eclettico, il Castello di Sem Benelli (cfr. scheda VIII).

La casa in oggetto, costruita in pendio, presenta una planimetria rettangolare lievemente articolata e due accessi monumentali, uno da via Aurelia 69 e uno da via Goffredo Mameli 6.

L’alzato è spartito verticalmente in tre settori, ai quali corrisponde la lieve articolazione planimetrica sul fronte sud e la spartizione in tre specchiature, segnate da lesene, sul fronte nord.

Sul prospetto verso via Aurelia, l’alzato è impostato su due ordini; in quello inferiore, a livello del piano stradale, si aprono i due portali gemelli d’ingresso, a tutto sesto e sormontati da chiavi di volta in forma di mascheroni fitomorfi; i battenti sono in legno intagliato con l’iniziale “B”. Nel registro superiore, tra due finestre pure a tutto sesto, affiancato da due colonnine bianche sormontate da capitelli di tipo corinzio, è posto un riquadro mistilineo contenente una decorazione dipinta a monocromo giallo su fondo turchese. In essa figurano motivi fito e zoomorfi variamente intrecciati che reggono una finta lastra con la data 1898.

Al di sopra del secondo ordine si trova un abbaino, bucato da un oculo finestrato e sormontato da una conchiglia a mòdi cimasa; ai lati dell’oculo sono affrontati due animali fantastici, cavalli con la coda serpentinata. Nel sottotetto corre un fregio a motivi fitomorfi molto simili, anche se più ariosi e meno “pieni”, a quelli concepiti dall’architetto Haupt per il fregio del sottarco del Ponte Monumentale in via Venti Settembre a Genova, nel 1893.

Il declivio del pendio permette di ricavare quattro ordini orizzontali per il fronte su via Goffredo Mameli, l’inferiore occupato dall’ingresso monumentale.

Un cancello in ferro battuto si apre su due ripide rampe di scale simmetriche e curvilinee, tra le quali un’esedra rivestita con grosse pietre ricerca l’“effetto grotta”. L’alzato si sviluppa, quindi, su tre piani, scanditi da bucature con ritmo regolare. I balconi si affacciano retti da mensoline fitomorfe.

Nel settore centrale sono allineate bifore a tutto sesto, separate da doppie colonnine con capitelli di tipo corinzio; nella parte ovest dell’edificio le bifore si alternano a monofore.
Nel settore est del palazzo è impostata la torretta, bucata da una serie verticale di tre monofore; notevole la levità e la raffinatezza del traforo della loggetta sommitale, sovrastante il tetto; la copertura esterna dell’edificio è costituita da un manto in abbadini d’ardesia profilata di tegole in cotto.

Il largo impiego del sistema colonna-capitello-arco a tutto sesto, l’equilibrio compositivo dato dal motivo della tripartizione dell’edificio in verticale e in orizzontale, il largo uso di motivi decorativi tratti dal repertorio classico (capitelli corinzi, decorazioni fitomorfe), il rigoroso trattamento degli intonaci in bicromia e finto bugnato contribuiscono a creare un effetto di compostezza e monumentalità, movimentato da invenzioni come i davanzali traforati che richiamano il parapetto della loggia, i larghi spioventi del tetto che anticipano la soluzione Coppedè di Villa Merello, la fantasiosa decorazione del sottotetto, la scalanatura planimetrica sul lato sud.

Il carattere liberty dell’edificio risiede nella concezione dell’edificio come “struttura aperta”, fruibile in tutte le direzioni, il che richiama il concetto dell’infinita dilatazione della linea nello spazio: dei due ingressi nessuno è preferenziale, la grandiosa visuale che si ha del fronte sud è controbilanciata dall’importanza conferita al prospetto nord dal riquadro dipinto con la data, la torretta traforata permette l’interazione fra esterno e interno.

Caratteri molto simili all’edificio di via Aurelia 69 presenta la villa Zino a Genova, progettata nel 1913 dall’ingegnere Maurizio Reggio; una sua paternità anche per l’edificio di Zoagli è qui proposta come ipotesi di lavoro.

Rispetto all’esempio genovese, caratterizzato dalla ripetizione dei richiami al manierismo tardo rinascimentale riproposti sui quattro fronti, il palazzo di via Aurelia 69 si colloca una quindicina d’anni prima e presenta una maggior vivacità e varietà di soluzioni ed elementi decorativi.

BIBLIOGRAFIA

1984

Le ville del Genovesato, Genova, vol. II, pp. 249-250, n. 76.

1991

L. V. MASINI, Art Nouveau. Un’avventura artistica internazionale tra rivoluzione e reazione, tra cosmopolitismo e provincia, tra costante ed effimero, tra “sublime” e stravagante, Giunti, Firenze (I ed. 1976).

1993

A. M. NICOLETTI, Via XX Settembre a Genova. La costruzione della città tra Ottocento e Novecento, Sagep, Genova 1993, p. 95.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XVII: Zoagli, casa di Via Aurelia 80

All’inizio del percorso vicinale denominato “via del Castello”, che conduce in circa 150 metri all’interessante complesso di via del Castello 14 (cfr. scheda VII), si trova un palazzo con torretta. L’edificio presenta una pianta irregolare, possibile frutto di modifiche volumetriche.

Il corpo principale è impostato su due piani, mentre la torretta, posta sul fianco ovest del palazzo, raggiunge i tre piani. La muratura è intonacata e trattata a finto bugnato rustico color rosa; le cortine murarie sono scandite da bucature a ritmo regolare.

Le finestre del primo e del secondo piano, monofore e bifore, sono coronate da cimase ad arco ribassato; sul lato sud-ovest del primo piano aggetta un balconcino.

La torretta è bucata da bifore sul fronte sud-ovest, sormontate da cimase ad arco ribassato al primo piano, ad architrave al secondo e a lunetta a tutto sesto al terzo. Sul prospetto sud-est della torretta, all’altezza del terzo piano, si scorge una bucatura tamponata in tutto simile a quella corrispondente sulla parete sud-ovest. Anche le finestre già esistenti sul lato nord-ovest sono state murate.

Attualmente il palazzo di via Aurelia 80 restituisce l’immagine di un edificio tardo-ottocentesco o primo-novecentesco, con un vago richiamo allo stile della Villa Merello di Gino Coppedé (cfr. scheda IX) che risulta ben visibile dal sito in oggetto. In realtà sembra che il trattamento in forme eclettiche o neogotiche sia ascrivibile a una fase successiva alla costruzione del palazzo.

Infatti una foto storica reperita nella monografia del 1933 dedicata a Zoagli mostra l’assenza di tale decorazione, come pure degli attuali spioventi che sporgono oltre il perimetro delle coperture che potrebbero essere stati aggiunti a imitazione della già citata Villa Merello. Notevole, inoltre, la presenza di alcuni inserti nella muratura esterna quali blasoni, scudi araldici in marmo e una Madonnina in un’edicola sullo spigolo sud: elementi che potrebbero contribuire a testimoniare l’anteriorità della costruzione.

L’edificio, d’altronde, non dovrebbe risalire oltre la fine del Settecento o l’inizio dell’Ottocento, dato che non compare nella planimetria vinzoniana del 1771 che non registra la presenza di alcun edificio a nord del demolito oratorio di Santa Caterina.

è da rilevare, tuttavia, che Vinzoni non è precisissimo nella realizzazione del rilievo della parte est del borgo di Zoagli - omette per esempio la torre cosiddetta Saracena, cfr. scheda VI.

Notevole, inoltre, il fatto che l’edificio sia posizionato proprio all’inizio del percorso denominato “via del Castello”, toponimo che trova riscontro storico nella Caratata del 1641, censimento dei beni immobili eseguito a scopo fiscale (cfr. scheda VII).

Il palazzo di via Aurelia 80 è trattato in una guida relativa al Golfo Tigullio pubblicata nel 1921, che riporta anche un’immagine dell’edificio in cui si nota la presenza del trattamento decorativo delle superfici esterne ancora oggi visibile; manca invece il coronamento a spioventi sulla torretta.

L’edificio, descritto con dovizia di particolari, fu denominato “Palazzina dei Velluti”, perché la Società dei Velluti di Zoagli vi aveva aperto al pubblico una esposizione e una vendita delle proprie produzioni.

"In questa Palazzina artistica, minuscola come un gioiello, arredata con alto decoro di nobiltà e di bellezza nella sontuosità del severo mobilio, della tappezzeria e della decorazione interna che offre una visione estetica del più alto pregio, si trova anche in mostra un telaio in azione, sul quale una provetta operaia esegue la tessitura antica e celebrata dei velluti e lascia ammirare alla folla dei visitatori il magistero sapiente e la meticolosa tecnica d’esecuzione del nobile lavoro. La Palazzina è arricchita di un salotto per lettura, dotato di giornali e di riviste italiane e straniere; ha sala di vendita, telefono, ecc..

[…] La mirabile Palazzina dei Velluti […] offre […] uno splendido terrazzo al sommo dell’artistico edifizio, terrazzo che costituisce un magnifico belvedere […]".

BIBLIOGRAFIA

1771

M. VINZONI, Il dominio della serenissima Repubblica di Genova in terraferma, Civica Biblioteca Berio, ms. cf. 2. 9., manoscritto datato 1771 (stampa in facsimile Novara 1955).

1921

L. GRAVINA, Rapallo e golfo Tigullio, Chiavari 1921, pp. 71-75.

1933

Zoagli e la sua chiesa, Chiavari 1933.



REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XVIII: Zoagli, casa di Via Garibaldi 23/ via Doge Battista Zoagli 1

Sul pendio immediatamente a levante del borgo di Zoagli, vicino ad alcuni interessanti esempi di architettura liberty e neogotica (cfr. scheda XVI, scheda XVII, scheda XIX) sorge un grande edificio a pianta irregolare.

Sul lato ovest si trova uno dei due portali d’accesso, a destra del quale è murata una lapide incisa con la data 1864. Alla sinistra del portale si trova un dipinto rappresentante San Giorgio che uccide il drago con il vessillo genovese. Su questo lato le bucature si dispongono in modo non regolare, diversamente dal fronte est che si presenta, invece, compatto e scandito orizzontalmente in quattro piani ritmati da una serie regolare di cinque finestre rettangolari.

Al piano terra si trova il semplice portale d’ingresso da via Doge Battista Zoagli; in corrispondenza del terzo piano aggetta un lungo balcone.

La copertura è a quattro spioventi, in ardesia profilata da tegole in cotto. L’elemento architettonico più caratterizzante dell’edificio è costituito dalle due ali porticate e terrazzate di gusto neoclassico, ben visibili e allineate sul fronte est, mentre su quello ovest risultano assenti o sfalsate rispetto alla facciata.

Un esempio simile di portico aperto è rappresentato dalla genovese Villa Gattorno Annetta in via Parini (Albaro), costruita nel 1891.

Addossato allo spigolo nord-est si trova un corpo di fabbrica cubiforme probabilmente coevo alle logge, una portineria o un locale di deposito, il cui lato sud è scandito da tre specchiature a tutto sesto; in quella centrale è ospitato un portone, nelle laterali due monofore.

Per quanto riguarda il palazzo, il volume compatto e quasi privo di aggetti richiama le tipiche forme della villa seicentesca; la planimetria vinzoniana del 1771, tuttavia, non registra alcuna costruzione a nord dell’oratorio di Santa Caterina, che sorgeva nelle immediate adiacenze dell’edificio in oggetto, se non sullo stesso sito.

La posteriorità dell’edificio rispetto ai canoni seicenteschi sembra accreditata, anche, dal fatto che gli spazi interni appaiono concepiti per essere divisi in appartamenti (due per piano): si tratta, quindi, di una casa d’abitazione borghese la cui veste esterna segue il tradizionale e, forse, ormai sorpassato modello della casa aristocratica a blocco, di tipo “alessiano”.

L’edificio sembra aver subito più fasi edilizie che determinano l’impianto non perfettamente regolare della planimetria. Lo stesso corpo centrale deve aver subito qualche rimaneggiamento, come si rileva dall’irregolare disposizione delle bucature sul prospetto est. La data del 1864, probabilmente, si riferisce a tale ristrutturazione, completata dalla raffinata decorazione dipinta e graffita ad affresco, che gioca sui toni del giallo.

Sicuramente posteriori a tale rifinitura risultano le ali porticate, come si rileva dal dettaglio della loggia che, nel lato sud, va a coprire la decorazione dipinta attorno a una finestra.

Il fronte ovest del palazzo è vivacizzato dalla presenza di San Giorgio che uccide il drago con il vessillo genovese. Tale presenza, tradizionale simbolo dello spirito genovese di iniziativa e indipendenza, potrebbe testimoniare, a pochi anni dall’unità d’Italia, l’orgoglioso attaccamento di una comunità locale alle proprie origini storiche.

L’edificio di via Garibaldi 23 è attualmente oggetto di un intervento manutentivo.

BIBLIOGRAFIA

1771

M. VINZONI, Il dominio della serenissima Repubblica di Genova in terraferma, Civica Bibilioteca Berio, ms. cf. 2. 9., manoscritto datato 1771 (stampa in facsimile Novara 1955).

1984

Le ville del Genovesato, Genova, vol. II, pp. 159-160, n. 41.

1992

L. MULLER PROFUMO, Le pietre parlanti. L’ornamento nell’architettura genovese 1450-1600, Genova, pp. 63-107.

1993

I. FERRANDO CABONA, T. MANNONI, Liguria. Ritratto di una regione, Sagep, Genova (I ed. 1988), p. 222.

[2000]

M. Brignole, Zoagli dal ’500 al ’700, Zoagli, p. 45.


REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Le Chiese

Tra i tanti percorsi pedonali che si inerpicano sulle colline quello denominato dei 5 campanili è il più frequentato e quello che maggiormente svela le bellezze panoramiche e
architettoniche del comprensorio.

Salendo dal centro cittadino si abbraccia l’intero territorio in una passeggiata a mezza costa
che tocca le tre frazioni di Zoagli ed incontra, appunto, 5 chiese con campanile.

La chiesa del centro intitolata a San Martino è stata realizzata dagli architetti Ricca su una costruzione antica, almeno del ’200. Essa conserva due gruppi lignei attribuiti alla scuola del Maragliano, arredi marmorei quattrocenteschi e l’altare di Nostra Signora del Rosario di Schiaffino.

Il reperto più antico lo si trova nella chiesa di San Pietro di Rovereto: un’urna cineraria in marmo usata come acquasantiera, risalente al I secolo d.C.
Di grande rilevanza artistica è il piazzale antistante la chiesa costruito alla fine del ’700 in “risseu” policromo a cinque colori, recentemente restaurato.

La chiesa di San Giovanni Battista in Semorile,ampliata nel ‘700 conserva parte delle ceneri del santo portate e donate a Genova nel 1098 dal Capitano zoagliese Giovanni Merello, comandante della compagine ligure dei Crociati.

La chiesa più antica è quella di San Pantaleo, posta sulla Antica Via Romana,risale al XII
secolo,di chiara espressione romanica,a tre navate con l’abside rivolta ad est.
Il campanile è settecentesco. Adagiata in splendida posizione panoramica, con l’ampio piazzale a terrazza sul golfo, è la chiesa di Sant’Ambrogio, di aspetto neoclassico,ampliata su una esistente del VI secolo, intitolata a Sant’Ambrogio nell’epoca dell’esilio in Liguria dei vescovi ambrosiani.

Oltre alla 5 chiese maggiori lungo il percorso si incontrano altre tre cappelle: San Pellegrino costruita nel ’700, Santa Maria Maddalena nell’antico borgo di Sexi dove si possono scoprire antichi portali eulitici e la chiesetta di San Bernardo affacciata su uno splendido panorama.

Su un altro percorso,da San Pietro verso il Monte Anchetta, si trova il santuario della Madonnetta, che è poco più grande di una cappella campestre ed ha un porticato per il ricovero dei pellegrini.Nasce come eremo dei frati camaldolesi che,abbandonato all’inizio dell’Ottocento,è stato subito trasformato nell’attuale santuario mariano.

Scheda I: Rovereto: Chiesa di San Pietro

* Ringrazio il dott. Andrea Chiantore per la consulenza sulla composizione geologica delle pietre costituenti il sagrato della chiesa di San Pietro di Rovereto.

Il sito

La chiesa di San Pietro di Rovereto sorge nel punto emergente di un trivio, da cui si eleva tramite una scala a due rampe, situato sull’antico percorso della cosiddetta “via romana”. Alcuni studiosi (Ferretto, Cimaschi, Lamboglia, Lopes Pegna e altri) propongono l’identificazione di Rovereto o della vicina località Dai Suè - toponimo, peraltro, non localizzato con esattezza - con la statio Ad Solaria, citata nelle fonti itinerarie e cartografiche antiche (Tabula Peutingeriana, Itinerario di Guidone e Itinerario dell’Anonimo Ravennate).

Le argomentazioni addotte dagli studiosi a sostegno di tale ipotesi - comunanza di radice linguistica tra Ad Solaria e Dai Suè, rinvenimento in situ di un’urna cineraria di età imperiale - sembrano, piuttosto, indizi non probanti, data la vastità dell’area ove si colloca Ad Solaria, compresa tra Ad Monilia (Moneglia) e Ricina (Recco o Rapallo).

Più interessante risulta il riscontro, a nord di Rovereto, della località Solaro, che mostra una più stretta aderenza, dal punto di vista linguistico, con Ad Solaria (cfr. scheda XIV); si tratta, comunque, di indicazioni toponomastiche talmente diffuse nel Tigullio da indurre, per il momento, a lasciare aperta la questione in attesa di ulteriori riscontri archeologici e più approfonditi studi.

Più probabile sembra l’attestazione di Rovereto in età medievale come confine orientale di fatto del Districtus Ianue, l’antico Comune di Genova, ipotesi che sembra suggerita dall’esegesi dei documenti d’archivio e sostenuta più o meno recentemente da molti studiosi (Garibaldi, Ravenna, Ferretto, Formentini, Vitale, Stellato, Ragazzi, Pavoni).

Dalla cartografia di età moderna risulta la rilevanza dell’insediamento di Rovereto, il solo, assieme a Zoagli e San Pantaleo, segnalato tra quelli compresi all’interno dell’odierno territorio comunale di Zoagli.

Descrizione architettonica

La chiesa, a pianta ad aula absidata e orientata a nord, presenta una facciata spartita in due ordini orizzontali mediante un cornicione e in tre specchiature verticali mediante lesene concluse da pinnacoli la cui forma ricorda un candelabro. L’ordine superiore è concluso da un timpano centrale, ai lati del quale la sagoma della chiesa è risolta in volute concave.

Il timpano e il cornicione sono arricchiti da una trabeazione di gusto classico, a ovuli e dentelli. Nelle specchiature laterali nicchie a tutto sesto ospitano le statue dei SS. Pietro e Paolo; al centro si apre il portale d’ingresso, sopra il quale un rilievo in stucco figura San Giovannino.

Le pareti est ed ovest sono a salienti per la sporgenza delle cappelle laterali, esternamente unite in una muratura liscia senza soluzioni di continuità. Sono anch’essi, come la facciata, spartiti da lesene verticali e bucate da tre aperture quadrilobate che danno luce alle cappelle laterali, in asse con tre aperture quadrate, poste più in alto, che illuminano l’aula centrale.

Nelle figure sono illustrate le viste Est (da Sant’Andrea di Rovereto) ed Ovest (dalla località Solaro) della Chiesa.

Sul fianco nord si trova un secondo ingresso, immediatamente dietro la facciata; verso l’abside è impostato il campanile, su tre ordini con cupola rivestita in abbadini d’ardesia e orologio rivolto a ovest.

L’abside è semicircolare; al fianco sud è addossato il corpo rettangolare della canonica. La copertura della chiesa, a due spioventi, è in tegole di laterizio. Le murature degli alzati, a esclusione della parte absidale, sono intonacate e parzialmente tinteggiate di bianco.

L’interno, anch’esso rappresentato in figura, si presenta in forme decisamente barocche, con affreschi, dorature, stucchi e parti scolpite; ai lati dell’aula centrale si trovano le citate due serie di tre cappelle laterali. L’arredamento è costituito da altari, pulpito, quadri, statue, coro e organo lignei.

In controfacciata, nel settore est della chiesa, è murata l’urna cineraria ritrovata in località La Tenuta, durante lavori agricoli di scavo a ponente della chiesa.

Il reperto, studiato fin dai primi decenni dell’Ottocento, è scolpito in bassorilievo nel lato anteriore con teste angolari di ariete sorreggenti un festone di fiori e frutta. Nella cavità del festone prendono posto due uccellini affrontati; nella parte inferiore, alle due estremità, due avvoltoi grifoni retrospicienti (=che guardano indietro). Lo stato di conservazione è discreto, a parte qualche rottura sugli angoli e la consunzione che ha levigato la superficie. L’incisione a sezione tonda e poco profonda e i piani di passaggio digradanti dal centro alle estremità del festone producono un gioco di luci e ombre diffuse, privo di forti contrasti, con un certo effetto illusionistico. Da rilevare il gradevole senso dello spazio, atto ad evitare un’impressione di eccessivo affastellamento, malgrado l’evidente generale horror vacui.

Cimaschi data l’urna al I d. C. o poco oltre, per lo schema compositivo tipico dell’età claudia e largamente in uso in tutto il secolo. Tra le due teste d’ariete una tabella rettangolare, in cornice modanata, reca la scritta:

C SEXTIO SPEC
TATO TESSERARIO
COH I PR PV C TITIUS
MARCELLINUS BE
TRIB COH EIUSDEM

L’iscrizione spiega la destinazione dell’urna per le ceneri di Caio Sestio, eccellente (<<spectato>>) tesserario della I coorte pretoria (<<coh I pr>>), da parte di Caio Tizio Marcellino, comandante (<<trib>>=tribunus) della stessa coorte e beneficiario (<<be>>=beneficiarius). e beneficiario (<<be>>=beneficiarius).

Il tesserario era il soldato che trasmetteva la parola d’ordine o gli ordini del comandante incisi su una tavoletta (tessera).

Cimaschi rileva la posteriorità della scritta rispetto al rilievo in base a considerazioni di carattere epigrafico e all’eccessiva profondità del piano d’iscrizione, che attesta una sua riutilizzazione. Ciò è confermato dalla presenza della sigla <<PV>>, piane (?) vindicis (=difensore), appellativo che, alle coorti pretoriane, fu attribuito dal tempo di Settimio Severo (193-211 d. C).

Storia della chiesa

In un documento del 984 relativo a terre di proprietà di chiese genovesi nel Tigullio è menzionata una terra <<sancti petri>>, ma tale titolo va probabilmente riferito alla chiesa di San Pietro in Genova piuttosto che a quella di Rovereto, che probabilmente non esisteva ancora.
La prima menzione sicura e reperita di San Pietro di Rovereto risale al 1213, in un lascito testamentario che assegna <<ecclesie sancti petri de rovoreto solidos V>>.

L’esistenza della chiesa si può retrodatare almeno alla fine del XII secolo: nel 1197, infatti, è menzionato un prete Vassallo di Rovereto, al quale è attribuito il diritto, già tenuto dalla pieve di Lavagna, di esazione delle decime di Rovereto.

L’edificazione della chiesa di San Pietro di Rovereto tra i secoli XII e XIII si inscrive nella generale tendenza che muta la fisionomia ecclesiastica del territorio zoagliese e rapallese: il moltiplicarsi, in quegli anni, di fondazioni religiose determina il passaggio delle terre, già detenute da potentati ecclesiastici genovesi e non, alle chiese locali.

Nel corso dei secoli XIII e XIV, infatti, sono frequenti sono le attestazioni di beni immobili detenuti dalla chiesa di Rovereto.

La chiesa di San Pietro di Rovereto risulta, dai documenti della metà del secolo XIII, dipendenza dei Santi Gervasio e Protasio di Rapallo, al cui arciprete spetta la nomina del rettore. Circa un secolo dopo, nel 1351, una controversia al riguardo della gestione dell’ospedale di Rovereto (notevole la menzione di un solo ospedale, cfr. scheda XX) è risolta da Papimiano dei Fieschi, canonico della curia genovese.

Altro dato molto importante rilevabile dal citato documento del 1351 è il fatto che la chiesa di San Pietro e quella di Sant’Andrea sono rette dalla stessa persona.

Il dato risulta coerente con l’ipotesi, già espressa da Ferretto e più recentemente ribadita da Brignole, che le due chiese siano state in qualche modo riunite in seguito allo spopolamento seguito alla pestilenza del 1348. Nella successiva documentazione di età tardo e postmedievale, infatti, San Pietro e Sant’Andrea sono ripetutamente menzionate dipendenti l’una dall’altra. Le due chiese risultano, comunque, considerate separatamente sia nel cosiddetto Syndicatus del 1331 sia nell’atto di riparto della tassa straordinaria del 1387. La documentazione esaminata mostra un’unione di fatto nella persona del rettore, ma dal punto di vista giurisdizionale sembra confermata per San Pietro, almeno in età postmedievale, la dipendenza dall’arcipretura rapallese: Ferretto afferma che, fino al 1682, il rettore doveva visitare in occasione del Sabato Santo l’arcipretura di Rapallo e quella di Lavagna ad anni alterni.

Dal punto di vista amministrativo, la divisione ecclesiastica rispecchierebbe quella politica, dato che dal 1608 Rapallo è creata capitaneato e la chiesa di San Pietro, con l’ospedale di Sant’Orsola (per cui cfr. scheda XX), viene a trovarsi nel territorio di Rapallo, mentre quella di Sant’Andrea, con l’ospedale di <<San Quilico>> (per cui cfr. scheda XX) rimane compreso nel capitaneato di Chiavari.

La discrepanza fra la situazione di fatto e quella di diritto darà adito a plurisecolari rivalse campanilistiche dell’una e dell’altra parrocchia, protrattesi per i secoli XVI-XVIII e culminanti negli anni centrali del ’700.

Monsignor Saporiti, nel 1763, risolverà l’annosa questione dichiarando la separazione delle due chiese.

Un inventario risalente al 1450 elenca minuziosamente le dotazioni mobili della chiesa di Sant’Andrea, della chiesa di San Pietro e di <<Nostra Domina>>, il santuario di Santa Maria delle Grazie.

Si ha notizia di una riedificazione nel secolo XV della chiesa di San Pietro dalle primitive forme duecentesche. L’aspetto oggi consegnato dall’edificio è frutto della ricostruzione della chiesa a partire dal 1698, anno al quale risale la posa della prima pietra: il 5 agosto <<primis lapis benedictus est hodie mane a R. Ambrosio de Nigris, Archipresbitero>>.

Negli anni 40 del secolo XVIII l’edificio non era ancora compiuto. Le vicende costruttive del secolo XIX, che riguardano soprattutto gli arredi interni e il campanile, e i restauri del XX sono dettagliatamente documentati nella scheda ’A’ relativa alla Chiesa di San Pietro di Rovereto, conservata nel fascicolo della Soprintendenza per i beni Architettonici della Liguria.

Il sagrato

Nell’area antistante la chiesa di San Pietro di Rovereto è visibile un notevole esempio di risseu, tipica pavimentazione realizzata in ciottoli policromi reperibili in natura, forma tra le più originali di impiego di materiali lapidei in Liguria.

Una prima attendibile stima del patrimonio di risseu esistente in Liguria è stata effettuata una decina d’anni fa, considerando la forma, la pezzatura (=dimensione), la composizione mineralogica dei prodotti impiegati, i sottofondi e i giunti utilizzati nella realizzazione, la forma planimetrica, la struttura del disegno e gli elementi decorativi e simbolici.

Anche se in Liguria sono numerosi i sagrati decorati a risseu ed è ancora usata qualche pavimentazione simile per edifici civili, questa tradizione sta lentamente scomparendo. Gli autori, o “maestri” di questa abilità manuale, hanno lasciato un vuoto ormai impossibile da colmare, poiché è andata perduta la tradizione di tramandare i segreti e le abilità tecniche e artistiche che questo mestiere comporta.

Gli artigiani che si occupavano di questo particolare lavoro hanno lasciato solo poche tradizioni orali che non si sono mai trasformate in una forma di sapere codificato. Le conoscenze sono state trasmesse solo ai collaboratori diretti (la descrizione della tecnica e le notizie qui riportate circa la tecnica del risseu sono state raccolte dai ricercatori coordinati da Paolo Marchi presso gli ultimi anziani artigiani che ancora operano nel settore).

La realizzazione dei pavimenti a risseu, oggi come in passato, è frutto di una stretta collaborazione fra committente e artista. Il committente fornisce le indicazioni circa il soggetto desiderato; il decoratore esegue il disegno per verificare l’interpretazione e le volontà del richiedente; il bozzetto concordato viene quindi adattato allo spazio a disposizione, scegliendo la scala di rappresentazione più consona a mettere in luce il disegno e preparando il progetto della decorazione che viene realizzato su carta, in scala al vero.

Esistono anche modi e tempi precisi per la raccolta paziente e sistematica dei sassi; la ricerca inizia di solito all’alba, meglio se dopo una violenta mareggiata. In queste condizioni i colori dei sassi sono messi in risalto dalla luce radente e vengono meglio esaltate le sfumature di colore.

La scelta e la selezione è di fondamentale importanza per il buon compimento dell’opera. La tecnica della messa in opera nel corso dei secoli si è evoluta, ma senza sostanziali variazioni.

Prima si realizza la giacitura sul luogo ove deve prendere posto il manufatto, scavando, pareggiando, consolidando il terreno e stendendo il letto di posa solitamente formato da uno strato di sabbia bagnata e compressa.

Col passare degli anni la tecnica è stata affinata sostituendo al vecchio impasto di fondo altre mescolanze più consistenti quale quella con calce viva e pozzolana oppure con calce e porcellana in polvere, una sorta di malta che, morbida in un primo momento, si indurisce attorno ai ciottoli, per dare maggior coesione.

La parte più impegnativa del lavoro è quella dedicata alla selezione cromatica dei ciottoli raccolti per comporre il mosaico. Il materiale raccolto in zona, a volte, condiziona gli abbinamenti di colore e la pezzatura dei ciottoli che può essere, per l’artista, fonte di variazioni sul tema di base.

Queste esigenze tecniche, dettate da imprevisti casuali, se ben risolte, conferiscono estro e pregio all’opera stessa rendendola unica nel suo genere.

Il disegno, su carta in forma e stesura definitiva, viene trasferito su letto di sabbia col procedimento dello “spolvero” (perforazione dei contorni del disegno e spolveratura con gesso fine in modo da far rimanere sul letto di posa la traccia del disegno).

Successivamente si ripassa il contorno del disegno e si procede alla posa dei ciottoli partendo di solito dai contorni ed eseguendo poi la campitura. Si cosparge di sabbia il lavoro appena eseguito e si procede alla “bagnatura” per otturare le varie fessure e costipare sul fondo la sabbia, fermando saldamente le varie pietre. Terminata l’opera si cosparge ancora di sabbia lasciando che si assesti nel corso naturale del tempo.

Nonostante il loro considerevole valore storico-artistico, gli acciottolati liguri non sono stati oggetto, nel tempo, di una sufficiente azione di tutela: frequenti, invece, i restauri approssimativi e impropri consistenti nella sostituzione del letto di sabbia, tradizionale supporto del risseu ligure, con malta cementizia.

Metodo, questo, molto sbrigativo, che implica l’affogamento dei ciottoli nella malta stessa e provoca una collocazione meno efficace, con maggiore distanza tra un ciottolo e l’altro e serio rischio di perdita di unitarietà e leggibilità del disegno.

Per eseguire un restauro sui risseu è necessaria l’esperienza e la sensibilità di un maestro artigiano che sappia combinare assieme e nella giusta proporzione le malte, la calce e i cementi.

Il sagrato di San Pietro di Rovereto si presenta dotato dei tipici caratteri del risseu genovese, differenti da quelli dell’area spezzina, imperiese e savonese. Infatti il Genovesato si distingue per la presenza di ciottoli di varie pezzature, di vari colori - ma è lo Spezzino il regno della policromia -, per la frequenza degli stemmi araldici, per la tendenza alla decorazione baroccheggiante, per la maggior complessità d’impianto e di disegno visibile soprattutto nella produzione settecentesca, caratterizzata da composizioni simmetriche attorno a una figura centrale.

Si osserva a Rovereto una soluzione di notevole complessità e libertà compositiva: nel rispetto di una generica simmetria è perseguita l’unitaria concezione di disegno e struttura d’accesso alla chiesa, distribuendo la decorazione su tre livelli e utilizzando anche lo spazio d’accesso alla canonica. Così, saliti i cinque gradini posti al livello più basso, sull’asse centrale della chiesa, siamo accolti dalla scritta a risseu LOCUS ISTE SANCTUS EST, sul lato lungo di un primo riquadro figurato con un motivo fantastico simile a un fiore che si dilata in forma ellissoidale. Salendo le due rampe di sette gradini, disposte su un settore di circonferenza, si incontrano altri due riquadri trapezoidali con motivi floreali geometrici. Gli ultimi sette gradini portano al piano più esteso e più vicino all’accesso della chiesa.

Alle estremità, cornici mistilinee e quindi, più internamente, riquadri mistilinei contengono due rose dei venti inscritte in un cerchio.

Al centro, fulcro della composizione, lo stemma con le chiavi di Pietro, incorniciato da tralci liberamente trattati e contenente la data 1781 (allegato gg). Sotto lo stemma, una terza rosa dei venti affiancata da volute fitoformi conclude la pavimentazione della terrazza verso sud.

Sul sagrato di San Pietro si trovano pietre di quattro colori: nero (pietre basaltiche, ofioliti), bianco (calcite), grigio (calcari marnosi), rossiccio (diaspri).

Si trova, pure, usata in funzione cromatica la patina di ematite (ossido di ferro) presente sulla superficie di alcune calciti. Le dimensioni di tali ciottoli variano da circa cm 3 x 2 a circa cm 10 x 5.

Non è noto il nome dell’artista che eseguì il sagrato, che si colloca cronologicamente quasi vent’anni dopo la consacrazione di San Pietro ad arcipretura da parte di monsignor Saporiti. La suggestiva ipotesi che il manufatto segni il momento definitivo e conclusivo della riedificazione della chiesa presupporrebbe un prolungarsi dei lavori edilizi per oltre ottant’anni.

Nell’archivio storico del Comune di Zoagli esiste un fascicolo, risalente al 1897-1898, relativo al piazzale della chiesa di Rovereto, dal quale forse si potrebbero ricavare notizie sul sagrato. Dalla scheda “A” relativa alla chiesa di San Pietro di Rovereto conservata presso la Soprintendenza Archivistica, invece, si trae la notizia di un restauro risalente al 1929.

Attualmente lo stato di conservazione non è buono: in più punti avallato, dissestato, cementificato, rappezzato, consumato, invaso dall’erba, il sagrato di San Pietro di Rovereto attende un intervento di restauro conservativo che, nel rispetto delle tecniche tradizionali, restituisca al manufatto la sua dignità di cornice dell’edificio ecclesiastico e alla comunità locale un importante e significativo frammento della propria memoria storica.

Bibliografia

 

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda II: Sant’Ambrogio: Cappella di Sant’Isidoro

* Non è stato possibile visitare l’interno della Cappella di Sant’Isidoro per indisponibilità del Parroco di Sant’Ambrogio. Le notizie relative sono tratte dal dattiloscritto Cappella di Sant’Isidoro. Parrocchia di Sant’Ambrogio. Comune di Zoagli (GE), [2001].

A nord della chiesa di Sant’Ambrogio, lungo il percorso che collega la località Avenaggi (Rapallo) con Sant’Ambrogio e, attraverso il crinale dei monti Zuccarello e Castello, con il Santuario di Montallegro, si trova la cappella di Sant’Isidoro.

Si tratta di un edificio ad aula absidata di discrete dimensioni (lunghezza complessiva circa m 17, larghezza circa m 6). L’alzato è costituito da una semplice muratura intonacata. La copertura esterna è mista: a due spioventi e in tegole di laterizio sul corpo longitudinale, semiconica e in abbadini d’ardesia sull’abside.

La facciata presenta quattro aperture: due, di m 0,50 x 0,50 circa, protette da una griglia in ferro battuto e poste ad altezza d’uomo, servivano presumibilmente per il lascito di elemosine; allineato al portale d’ingresso rettangolare si apre, nella parte superiore della facciata, una piccola lunetta. La facciata è seminascosta dal vistoso pronao timpanato che costituisce l’elemento più caratterizzante dell’edificio: di altezza inferiore al corpo della cappella, profondo circa m 4, è costituito da due grandi colonne in muratura che reggono archi ribassati, impostati su semplici lastre in marmo. Il notevole diametro delle colonne si deve all’uso di pietrame in scaglie di ridotta dimensione, poco adatte alla costruzione di forme cilindriche sottili, che richiedono l’uso del massello.

La copertura interna del soffitto del pronao è in assicelle rette da travi di legno.

Sui fianchi dell’edificio si aprono due monofore sagomate nella parte alta in forme curvilinee e chiuse da vetri centinati e spartiti in quattro parti.

L’interno è mononavato con volta a botte ribassata. La semplicità architettonica e decorativa esterna trova riscontro in un paramento a riquadri delimitanti cornici e modanature in rilievo, interrotte in prossimità delle monofore. L’altezza uniforme del corpo longitudinale, pari a circa m 6,20, si abbassa ad un minimo di circa m 3,70 nella parte terminale dell’abside a cui si accede tramite un gradino rivestito con una piana di ardesia, che interrompe la pavimentazione a scacchi bianca e nera della cappella e che segna il passaggio fra navata e presbiterio.

L’altare, anch’esso semplice e lineare, è costituito da tre ripiani, decorati con gessi sagomati, sormontati da un ultimo ripiano sul quale è posizionato un manufatto riproducente un piccolo “baldacchino” color oro che abbraccia il simbolo della fede cristiana. Un quadro con cornice a raggiera funziona da sfondo al tutto.

Uno zoccolo colorato in azzurro scuro, che corre a circa cm 50 di altezza, contribuisce all’equilibrio e all’armonia dell’ambiente interno, la cui eleganza risiede nella semplicità delle soluzioni adottate.

I riquadri geometrici che decorano il soffitto voltato della chiesa e le pareti verticali non sono presenti nel soffitto dell’abside che presenta, invece, un disegno a raggi - con richiamo alla volta stellata celeste – per guidare lo sguardo del visitatore al centro dell’altare.

Scarsissime le notizie storiche sulla Cappella di Sant’Isidoro, che non compare nella relazione pastorale di Monsignor Bosio del 1582 né nel censimento dei beni immobili a scopo fiscale eseguito nel 1641, la Caratata. Questa seconda fonte, tuttavia, risulta meno indicativa perché gli edifici religiosi erano beni “franchi”, esenti da tasse e quindi non ne era prevista la registrazione.

I Remondini riportano notizie della cappella dal 1746, e affermano che il parroco di Sant’Ambrogio Bernardo Cuneo nel 1874 la definiva “oratorio”. è riportata, inoltre, la notizia di un restauro realizzato nel 1836.

Nella scarsità di notizie storiche certe, osservazioni sulla natura dell’edificio possono essere avanzate esclusivamente sulla base dell’esame della struttura architettonica e dell’ubicazione del manufatto. La prima riguarda la funzione del portico-pronao, elemento tipico dell’architettura assistenziale. L’ipotesi di una cappella stazionale con possibilità di un primo ricovero dei viandanti prende corpo considerando l’ubicazione del manufatto sul già citato percorso devozionale verso il Santuario di Montallegro. Inoltre la notizia del funzionamento della cappella come oratorio alla fine dell’Ottocento risulta di un certo interesse, sia perché in tal caso si ripropone la dinamica insediativa, tipica in ambito rurale ligure, della chiesa parrocchiale con l’oratorio nelle sue immediate adiacenze, sia perché la presenza di un oratorio presuppone quella di una confraternita laicale che poteva promuovere la funzione assistenziale dell’edificio.

Attualmente la cappella di Sant’Isidoro è oggetto di un restauro conservativo.

BIBLIOGRAFIA

1582

BOSIO F., Liber visitationum et decretorum Illustrissimi et Reverendissimi Domini Francisci Bosii visitatoris Apostolicis Civitatis et Diocesis Genue anni 1582, Archivio di Stato di Genova, ms. n. 547, cc. 376-377.

1888

A. e M. REMONDINI, Parrocchie dell’Arcidiocesi di Genova, vol. IV, Genova, pp. 66-67.

1979

V. GARRONI CARBONARA, Portofino e la costa da Nervi a Zoagli, Genova ("Liguria territorio e civiltà", collana diretta da Gaspare Fiore, n. 7), pp. 28-31.

1983

La Liguria paese per paese, Genova, vol. III, p. 167.

1984

G. SPALLA, L’architettura popolare in Liguria, Laterza, Bari, pp. 99-103.

2000

La cappella di Sant’Isidoro, "La Piazzetta", a. IX, n. 31, marzo, p. 3.

[2001]

Cappella di Sant’Isidoro. Parrocchia di Sant’Ambrogio. Comune di Zoagli (GE), dattiloscritto, Comune di Zoagli.



REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda III: Scoglio: Cappella di Sant’Antonio

Nell’estremità sud del muro di cinta della Villa Campodonico si trova inclusa una piccola cappelletta. Visibili dalla strada risultano i soli prospetti sud e ovest. L’edificio presenta una pianta quadrangolare, con un corpo aggiunto sul lato ovest; l’alzato è costituito da una semplice muratura intonacata in pietra a spacco con inserti e zeppe in mattoni. Sopra la parete ovest è costruita una piccola edicoletta con campana.

La copertura esterna è a due spioventi, in tegole di laterizio. La facciata è allineata alla cinta stessa e all’ingresso posto immediatamente a est e si presenta in forme molto semplici e simmetriche. In basso due aperture ellissoidali sbarrate da griglie in ferro, presumibilmente aperte per consentire ai passanti il lascito di elemosine, permettono una forma di comunicazione fra esterno e interno.

Allineato al portale d’ingresso rettangolare, al centro della facciata, si apre nella parte superiore della facciata un grande oculo vetrato a quattro lobi, per l’illuminazione dello spazio interno.

La facciata è impreziosita da un elegante trattamento decorativo in stucco, replicato e arricchito nell’adiacente e già citato portale (le volute ai lati della cimasa del portale stesso e il movimento curvilineo ascendente dell’ingresso riprendono i motivi decorativi sopra l’architrave della cappelletta): potrebbe essere, questo, indice della coevità delle due strutture o, quantomeno, di un riassetto architettonico e decorativo unitario dell’area.

La relazione pastorale di monsignor Bosio del 1582 non registra la cappella di Sant’Antonio, né essa viene citata nel censimento dei beni immobili a scopo fiscale eseguito nel 1641, la Caratata. Questa seconda fonte, tuttavia, risulta meno indicativa perché gli edifici religiosi erano beni “franchi”, esenti da tasse e quindi non ne era prevista la registrazione.

La descrizione eseguita nella Caratata del complesso monumentale in località "costa dei Merelli", corrispondente con l’area oggi di proprietà Campodonico (cfr. scheda XII), risulta peraltro molto dettagliata (ne vengono ricordati tutti gli elementi principali, le case, la villa con torre, la cinta), e sembra singolare la mancata menzione di un brano architettonico come la cappella.

L’ipotesi di una posteriorità della stessa trova rispondenza anche sul piano stilistico, per la presenza di un tipo di decorazione di gusto già settecentesco, lievemente “rococò”.

I Remondini riportano notizie della "Cappella pubblico-privata intitolata a S. Antonino, di proprietà della famiglia Della Torre, dal 1746; dal 1826 l’edificio religioso, che presumibilmente segue le sorti della proprietà della villa, risulta appartenente ai Sauli, insediati in situ ancora negli anni 20 del 900.

Non è nota l’epoca del passaggio alla famiglia Campodonico, tuttora proprietaria del complesso, non essendo stato possibile effettuare una ricerca d’archivio nel merito.

BIBLIOGRAFIA

1582

BOSIO F., Liber visitationum et decretorum Illustrissimi et Reverendissimi Domini Francisci Bosii visitatoris Apostolicis Civitatis et Diocesis Genue anni 1582, Archivio di Stato di Genova, ms. n. 547, cc. 376-377.

1641

Rapallo quartiere di Borzoli Capelle S. Martino S. Ambrogio S. Maria San Maurizio, msc. dell’Archivio di Stato di Genova, magistrato comunità 765, c. 67 r.

1888

A. e M. REMONDINI, Parrocchie dell’Arcidiocesi di Genova, vol. IV, Genova, P. 124

1921

L. GRAVINA, Rapallo e golfo Tigullio, Chiavari, p. 72.

1992

G. V., Una storia d’altri tempi. Nell’Ottocento i Marchesi Sauli in villa a Zoagli, "La Piazzetta", a. II, n. 6, giugno, p. 8.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda X: Sant’Ambrogio, salita Sant’Ambrogio 23 (Villa Gigia)

L’edificio è ubicato a ovest della chiesa di Sant’Ambrogio, sul percorso di crinale che da via Pietrafraccia, a levante di Rapallo, sale alla frazione di Sant’Ambrogio per giungere, attraverso il crinale, al monte Zuccarello e al monte Castello.

Si tratta di un complesso costituito da due corpi. Un esame ravvicinato sarebbe necessario per definire l’eventuale coerenza della connessione tra i due fabbricati.

Il corpo a est, a pianta rettangolare lievemente articolata di circa 18 x 12 m, è seminascosto dal muro di cinta della villa.

Quello a ovest, a pianta rettangolare di circa m 10 x 8 e sviluppato in altezza circa il doppio del precedente, è bipartito orizzontalmente da una cornice marcapiano al di sopra della quale, inquadrate da lesene angolari, si aprono grandi monofore a tutto sesto per tre lati, tranne che sul lato a levante ove la bucatura è rettangolare.
Il coronamento è semplice e lineare, senza merli né beccatelli.

Il fabbricato ovest richiama con tutta evidenza la tipologia della torre quadrata, munita di bucature sui quattro lati e di scala esterna per raggiungere la sommità.

La presenza di intonaco in opera nelle parti visibili del manufatto non permette la lettura della tessitura muraria.
Nell’assenza, per il momento, di notizie storiche al riguardo di una torre in località Sant’Ambrogio, osservazioni sulla natura dell’edificio possono essere avanzate sulla sola base della struttura architettonica e dell’ubicazione del manufatto.
Per quanto riguarda il primo aspetto, l’edificio richiama la tipologia delle “torri di avvistamento”, appartenenti a un sistema di segnalazioni già esistente al momento della costituzione dell’apparato difensivo costiero che, per Zoagli, data dalla metà del secolo XVI (cfr. scheda IV, scheda V, scheda VI).
Tali strutture fortificate servivano per la trasmissione delle notizie – che veniva effettuata con segnali luminosi o di fumo – ma anche, all’occorrenza, al rifugio temporaneo delle popolazioni.

La maggior antichità di queste torri, poste nell’entroterra più o meno immediato in posizioni strategiche, è giustificata dalle loro stesse forme costruttive che, per l’assenza di scarpa e cordonature orizzontali nei paramenti esterni, possono ritenersi proprie dell’architettura militare dei secoli XIV e XV. Non di rado, poi, tali manufatti sono stati inglobati in costruzioni successivamente adibite ad abitazione e rese, pertanto, irriconoscibili (Torre di Panagio).

Al riguardo dell’ubicazione del manufatto è da rilevare l’interessante dato dell’esistenza di un collegamento diretto ( sebbene oggi interrotto dalla via Aurelia ) fra il sito in oggetto e la località costiera detta “Pozzetto”, mediante una omonima “via del Pozzetto” questo va a integrazione dell’ipotesi precedente, con il chiarimento della dinamica storica che vede la nascita delle torri di avvistamento nell’entroterra nei secoli XIV-XV, la guarnigione delle coste nei secoli XVI-XVII e, parallelamente, il collegamento tra le due serie di reti fortificate mediante percorsi nord-sud.

Un esame ravvicinato del complesso di salita Sant’Ambrogio 23, comprensivo della verifica del collegamento visivo della torre con la postazione di guardia del Pozzetto, potrà fornire ulteriori elementi a conferma delle ipotesi qui proposte.

BIBLIOGRAFIA

1971

R. DE MAESTRI, Opere di difesa del sec. XVI nella Riviera di Ponente, "Quaderno n. 5. Università degli Studi di Genova – Facoltà di Architettura – Istituto di Elementi di architettura e Rilievo dei Monumenti", gennaio, pp. 43/118.

1972

E. D. Bona, P. Costa Calcagno, F. Marmori, G. Colmuto Zanella, I castelli della Liguria, Genova 1972, 2 voll., passim.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda XX: Sant’Orsola, via San Pietro di Rovereto 33

Sulla strada cosiddetta “via antica Romana”, circa m 500 oltre il bivio che dall’Aurelia, in località Monteprato, porta a San Pietro e a Sant’Andrea di Rovereto, è visibile il rudere di un arco a tutto sesto di notevole luce; la superficie interna è costituita di pietre sbozzate e cementate con molta malta; alle estremità si notano i punti d’imposta su grossi conci di pietra tagliata, che proseguono in verticale costituendo i cantonali dell’edificio di cui l’arco doveva costituire l’ingresso e delimitando lo spazio della muratura di riempimento.

Il piano d’accesso doveva collocarsi a una quota inferiore rispetto all’attuale.

Non è stato possibile collegare con certezza tale pervenuto materiale alle testimonianze storiche raccolte.

L’identificazione del rudere oggi visibile con ciò che resta dell’antico ospedale di Sant’Orsola, l’intitolazione del quale segna la toponomastica del sito, può essere proposta qui in via ipotetica, sulla base di alcune considerazioni che sarebbe interessante sottoporre a una verifica di natura archeologica.

Innanzitutto l’arco è ricordato da testimonianze orali raccolte in loco come il fulcro carismatico dell’insediamento: alcuni abitanti ricordano, infatti, che al di sotto e nelle immediate adiacenze del rudere si svolgeva la fiera di Sant’Orsola.

La posizione sulla strada e la forma ad arco, inoltre, ricordano gli ingressi di alcuni hospitalia rintracciati nel Tigullio: si vedano ad esempio i casi dell’ex ospedale di San Lazzaro in Bana (Rapallo) e del probabile ex ospedale di San Bartolomeo in Ruta (Camogli).

Non è escluso che l’arco delimitasse uno spazio porticato, elemento anch’esso tipico dell’architettura assistenziale.

L’esiguità del pervenuto a Sant’Orsola non permette di verificare la presenza degli altri caratteri degli ospedali medievali: la morfologia longitudinale dell’impianto, l’alzato su uno o al massimo due piani, la presenza di un luogo di culto fuori o dentro i locali assistenziali.

Non si conosce l’epoca di fondazione dell’ospedale di Sant’Orsola, sorto forse per iniziativa della comunità di San Pietro spinta dalla concorrenza con la parrocchia di Sant’Andrea (cfr. scheda I) che era stata dotata di un proprio ospedale nel 1289 (cfr. scheda I).

In ogni caso l’ospedale di Sant’Orsola non dovrebbe essere anteriore alla fine del XIV secolo, poiché a Rovereto ne è ricordato uno solo (quello fondato nel 1289) ancora nel 1351 e nel 1383.

Al 1519 risale la prima menzione nota dell’ospedale di Sant’Orsola, gestito, assieme a quello della parrocchia di Sant’Andrea, da Quilico Vaccà.

La situazione rispecchia quella delle due parrocchie, rette, a partire dalla seconda metà del XIV secolo, da una sola persona (cfr. scheda I).

L’arcivescovo Matteo Rivarola ordinò la soppressione dell’ospedale di Sant’Orsola e il passaggio dei beni e dei redditi a beneficio di quello di "San Quilico", l’ospedale della parrocchia di Sant’Andrea così intitolato dal nome dell’antico rettore documentato nel 1519.

Tale disposizione fu probabilmente disattesa, dato che nella Caratata del 1641, censimento dei beni immobili eseguito a scopo fiscale, l’ospedale di Sant’Orsola risulta detentore di alcune proprietà:

"[…] una terra con casa che dicono essere dell’hospitale di Sant’Orsola in loco detto via rè arborata fichi vigna olivi, et boschiva confina di sopra la via di sotto il fossato da un lato Bastiano de Negro dall’altro lato Antonio de Negro, stimata in lire seicento".

Non si conosce la sorte dell’ospedale di Sant’Orsola in epoca moderna, ma non è escluso che proseguisse la propria attività sino alle soglie dell’Ottocento, come storicamente provato per altri piccoli istituti assistenziali del Tigullio rurali e non (l’ospedale di San Lazzaro ubicabile in località “Valletta San Lazzaro, sul confine fra i comuni di Chiavari e Carasco; l’ospedale di San Cristoforo di Chiavari; l’ospedale di San Bartolomeo di Bogliasco; l’ospedale di Sant’Antonio di Rapallo; lo stesso ospedale di “San Quilico” di Rovereto).

BIBLIOGRAFIA

1641

Rapallo quartiere di Borzoli Capelle S. Martino S. Ambrogio S. Maria San Maurizio, ms. del 1641, Archivio di Stato di Genova, magistrato comunità 765, c. 16 r.

Sec. XIX-XX

G. ROCCA, Ospedali di Chiavari, ms. del XIX-XX secolo, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 324 IV 13, c. 20.

1901

A. FERRETTO, Medici, medichesse, maestri di scuola ed altri benemeriti di Rapallo nel secolo XV, "Giornale Storico e Letterario della Liguria", II, 7-8-9, pp. 277-300.

1910

A. FERRETTO, Ospizi ed ospedali lungo le vie romane,"Il Mare", III, 90, 21 maggio, p. 1.

1986-1987

R. Stellato, Fortificazioni edifici ecclesiastici borghi nella Liguria di levante nel Medioevo: Comune di Zoagli, tesi di laurea, Università degli studi di Genova, a.a. 1986-1987, relatrice prof. Colette Bozzo Dufour, p. 156.

1998

M. BRIGNOLE, Zoagli dall’età preromana al Medioevo, Zoagli 1998, pp. 54-56

1998-1999

S. VALLINI, L’antico lebbrosario dedicato a San Lazzaro a Rapallo, tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, a. a. 1998-1999, relatrice prof. Colette Bozzo Dufour, vol. II, pp. 273-274.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Le Torri

Anche Zoagli fu predata dai pirati saraceni in epoche diverse, ma nel ’500 quando le coste liguri furono ripetutamente assalite dal leggendario Dragut, anche Zoagli si dotò di Torri di avvistamento e di difesa che in epoca successiva divennero ”torri sanitarie.”

Ai lati della spiaggia centrale si ergono ancora oggi, recentemente restaurate, la Torre Saracena di Levante di proprietà comunale, dove si possono celebrare i matrimoni civili,
e la Torre di Ponente inglobata nel Castello Canevaro, inserito nel circuito delle antiche ville Patrizie del Genovesato.

Zoagli condivide lo stemma con la nobile famiglia Zoagli che diede a Genova due dogi e la madre di Goffredo Mameli: due torri stilizzate, su campo blu una e su campo giallo l’altra, i colori delle due associazioni lavorative più forti, la marineria e l’arte tessile.

Scheda V: Pozzetto, Torre Bruzzo Caracciolo

Scendendo a mare a mezzo di una scalinata a est del civ 360 di via Aurelia, all’estremità ovest del piccolo tratto di costa denominato “Pozzetto”, si può intravedere una piccola costruzione a pianta rettangolare.

Sulla base scarpata, costruita in pietra a vista, è impostato un volume liscio, intonacato e bucato, sul lato sud, da due piccole aperture rettangolari. La copertura è a due falde.

La tipologia del manufatto richiama, semplificandola, quella delle torri di guardia costruite dalla Repubblica di Genova a guarnigione dei borghi costieri.

Nel Tigullio la diffusione delle fortificazioni costiere data a partire dalla metà del secolo, per il pericolo rappresentato dal pirata Dragut (cfr. scheda IV, scheda VI). Nei decenni successivi viene messa a punto una rete di postazioni difensive molto capillare.

La prima notizia certa reperita di una guardia nella zona del Pozzetto risale al 1691 e si trova in una relazione manoscritta che descrive tutto il litorale ligure da Portofino a Chiavari.

In essa si specifica che nella zona del Pozzetto e di Bardi erano appostate, a cura degli uomini di Sant’Ambrogio, tre sentinelle di notte e una di giorno "in capanne di paglia".

Nel 1767 Matteo Vinzoni rilevava che al Pozzetto e a Bardi risiedevano quattro guardie "in casette di matteria": quest’ultima espressione sembra trovare una certa corrispondenza con la realtà materiale presente in situ.

Vinzoni colloca, peraltro, la guardia del Pozzetto all’estremità est della piccola insenatura, ove oggi sorge la villa Bruzzo Caracciolo, che nella proprietà conserva i resti di un’antica torricella a sezione circolare (comunicazione orale della professoressa Colette Bozzo Dufour).

La fortificazione difensiva del Pozzetto era collegata con la postazione di avvistamento sita presso la casa, oggi di proprietà privata, ubicata in salita Sant’Ambrogio 23 (cfr. scheda X).

Il manufatto, in disuso, versa in notevole stato di degrado e attende un intervento di recupero e valorizzazione.

BIBLIOGRAFIA

1767

M. VINZONI, Pianta delle due riviere della Serenissima Repubblica di Genova divise in commissariati di Sanità, Genova, ms. del 1767 (ristampa anastatica Sagep, Genova 1983), pp. 184-185.

1905

A. FERRETTO, Da Portofino a Chiavari. Estratto da Monografia storica dei porti dall’antichità nella penisola italiana, Roma, pp. 28-32.

1971

R. DE MAESTRI, Opere di difesa del sec. XVI nella Riviera di Ponente, "Quaderno n. 5. Università degli Studi di Genova – Facoltà di Architettura – Istituto di Elementi di architettura e Rilievo dei Monumenti", gennaio, pp. 43-68.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Scheda VI: Zoagli, Torre Saracena

La Torre cosiddetta Saracena è ubicata a levante del borgo di Zoagli, su uno sperone di roccia a picco sul mare.

Presenta una semplice pianta quadrata impostata su un’alta base a scarpa che, vista dai prospetti ovest e sud, occupa circa metà dell’altezza complessiva.

Sui lati nord, ovest e sud si aprono finestre rettangolari con coronamento ad arco ribassato, in asse con piccole feritoie sottomesse.

Gli ingressi sono posti sui lati nord ed est; una scala sul lato est permette l’accesso al tetto, contornato da un semplice parapetto piatto e impostato su beccatelli.

La muratura è in pietra a vista, tessuta in corsi abbastanza regolari in pietra sbozzata di varie dimensioni con inserti e zeppe in cotto.

Fino al secolo XVI non furono intraprese dalla Repubblica di Genova iniziative di fortificazione costiera ad ampio raggio, sistematiche e ben coordinate. Alla sicurezza dei centri abitati, pertanto, si provvedeva con iniziative locali, che ricevevano l’appoggio genovese nei territori controllati dalla Dominante: è il caso della riviera ligure di Levante, compresa, pare, fino a Rovereto di Zoagli nel Districtus Ianuae, l’antico Comune di Genova (cfr. scheda I).

Per quanto riguarda il Tigullio, solo Chiavari e Portofino risultano, prima del secolo XVI, munite di postazioni fortificate costiere di un certo rilievo, mentre Rapallo, Santa Margherita e Zoagli erano indifese, con il rischio di costituire facile preda dei pirati barbareschi che effettuavano continue scorrerie in tutto il Mediterraneo. In particolare, intorno alla metà del XVI secolo, il pericolo si concretizzò in Toghud-Dragut, pirata tristemente noto e terrore delle popolazioni.

Nel 1549 il Senato della Repubblica di Genova inviò un allarme a tutti i centri della costa ligure raccomandando misure straordinarie di difesa contro il turco, tornato da poco in libertà. Ciò non impedì a Dragut di sbarcare a Rapallo il 4 luglio 1549 e di mettere a ferro e fuoco la cittadina, saccheggiando il borgo e catturando centinaia di persone, uomini e donne.

La reazione al triste evento fu immediata: nei due anni successivi vari borghi rivieraschi si dotarono di fortificazioni. Iniziò così una fitta corrispondenza fra il Senato di Genova e i giusdicenti locali - nel caso del Tigullio Geronimo Cattaneo, podestà di Rapallo, e Gerolamo Roisecco, capitano di Chiavari - per la costruzione delle opere di fortificazione.

A Rapallo la costruzione del castello sul mare data dal febbraio al settembre 1550. Il 22 maggio 1550 il Senato di Genova scrive al Podestà di Rapallo ordinandogli di sgravare gli Zoagliesi, come già gli uomini di Santa Margherita, San Michele e Portofino, dalla "tassia" per la costruzione del Castello di Rapallo, data l’iniziativa degli "homini di Zoagli" […] di costruire "un forte e riparo" sullo "scoglio di San Theramo, […] parvendo loro che un dorguth o altro corsaro che venisse in cotesto gorfo debba dar più presto in terra a Zoagli che resta in meso del golfo che a Rapallo che resta nel fondo".

La costruzione del forte di Zoagli risulta conclusa nel 1563 (cfr. scheda IV).

Le ricerche d’archivio condotte da M. L. Grasso e C. Bruzzo hanno permesso, in linea con la tradizione degli studi locali, di riferire tali memorie documentarie alla torre oggi inglobata nella Villa Canevaro (cfr. scheda IV).

Diradatosi il pericolo delle incursioni piratesche, attorno alla metà del secolo XVI si presentò una nuova emergenza a cui seguì l’imposizione di provvedimenti straordinari: la spaventosa epidemia di peste che colpì la Repubblica di Genova nel biennio 1656-1657 e, secondo alcune stime, causò circa 55.000 decessi nel solo capoluogo. I Capitani di Rapallo, Ottavio Doria prima e Gio Paolo Grimaldo poi, furono investiti della carica di Commissari di Sanità e organizzarono tempestivamente una specie di “cordone sanitario” per controllare i movimenti via terra e via mare, evitando in particolare sbarchi sospetti; è presumibile il coinvolgimento delle fortificazioni costiere zoagliesi in tale circuito di difesa dal nuovo "nemico impalpabile".

Tale orientamento funzionale delle fortificazioni della Liguria trova conferma in una relazione del 1691 redatta per le contingenze della peste in provincia di Bari: a Zoagli il comandante "risiede nella torre di detto luogo, viene assistito da cinque sentinelle di notte e due di giorno".

La menzione di una sola torre può essere significativa del fatto che la Torre cosidetta Saracena non esistesse ancora.

Una postazione detta "Guardia del Scalo" nel sito della Torre Saracena compare, invece, in un atlante realizzato da Matteo Vinzoni nel 1767, che presenta i territori costieri dei capitaneati della Repubblica "divisi in Commissariati di Sanità".

Il confronto fra le due citate fonti mostra un generale progresso nella dotazione delle guarnigioni: in località Pozzetto, per esempio, le "capanne di paglia" diventano "casetta di matteria" (cfr. scheda V).

La costruzione della Torre Saracena dovrebbe, quindi, risalire al secolo XVIII, nonostante la presenza di tutti gli elementi strutturali tipici delle torri costiere cinquecentesche che farebbe pensare a una coevità con la Torre Canevaro: la conformazione a scarpa dei paramenti esterni, la posizione dell’ingresso sopraelevato di alcuni metri rispetto al piano di calpestio, l’interramento della costruzione almeno sino all’altezza dell’ingresso, la presenza di caditoie sulla verticale della porta di accesso per proteggerla in caso di attacco: elementi, questi, riscontrabili in diversi esempi di torri del secolo XVI.

La sola Torre Canevaro risulta, poi, citata in un’altra rappresentazione vinzoniana, risalente al 1771, semplicemente come "Torre".

L’assenza della Torre Saracena in questa carta storica può essere spiegata con una svista dell’autore, dato che la postazione di guardia compare nella precedente rappresentazione del 1767.

è probabile che le torri costiere zoagliesi abbiano svolto funzione di controllo sanitario anche in epoche più recenti, per esempio durante l’epidemia di colera che colpì la Repubblica nel 1835-1838.

Con i progressi della medicina ottocentesca, la limitazione dei danni delle epidemie, l’accentramento delle funzioni sanitarie da parte del Regno d’Italia, è probabile che dalla fine del secolo XIX inizi, per la Torre Saracena, un periodo di decadenza e disuso.

Il restauro e l’utilizzo del manufatto come sede di manifestazioni culturali e mostre, in linea con le analoghe iniziative dei Comuni di Rapallo e Santa Margherita, risultano pienamente compatibili e atti a valorizzare le valenze storico-architettoniche del monumento.

 

BIBLIOGRAFIA

1767

M. VINZONI, Pianta delle due riviere della Serenissima Repubblica di Genova divise in commissariati di Sanità, Genova, ms. del 1767 (ristampa anastatica Sagep, Genova 1983), pp. 184-185.

1905

A. FERRETTO, Da Portofino a Chiavari. Estratto da Monografia storica dei porti dall’antichità nella penisola italiana, Roma, pp. 28-32.

1971

R. DE MAESTRI, Opere di difesa del sec. XVI nella Riviera di Ponente, "Quaderno n. 5. Università degli Studi di Genova – Facoltà di Architettura – Istituto di Elementi di architettura e Rilievo dei Monumenti", gennaio, pp. 43-68.

1955

M. VINZONI, Il dominio della serenissima Repubblica di Genova in terraferma, Civica Biblioteca Berio, ms. cf. 2. 9., manoscritto datato 1771 (stampa in facsimile Novara 1955).

1972

E. D. Bona, P. Costa Calcagno, F. Marmori, G. Colmuto Zanella, I castelli della Liguria, Genova 1972, vol. II, p. 586.

1979

V. G. CARBONARA, Portofino e la costa da Nervi a Zoagli, Genova 1979, pp. 28-31.

1981

G. BARNI, Quando il mare era salato, Sabatelli, Genova, p. 80.

1983

La Liguria paese per paese, Genova 1983, vol. III, pp. 164-167.

1984

A. L. FORTI MESSINA, L’Italia dell’Ottocento di fronte al colera, in Storia d’Italia, vol. 7 ("Medicina e malattie"), Torino, pp. 431 – 528.

1986

C. M. CIPOLLA, Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nell’Italia del Rinascimento, Bologna, passim.

1986-1987

R. Stellato, Fortificazioni edifici ecclesiastici borghi nella Liguria di levante nel Medioevo: Comune di Zoagli, tesi di laurea, Università degli studi di Genova, a.a. 1986-1987, relatrice prof. Colette Dufour Bozzo, pp. 167-171.

1989

P. STRINGA, Castelli in Liguria, Sagep, Genova 1989.

1991

P. Solari, Due torri e una storia, "La Piazzetta", a. I, n. 1, aprile 1991, p. 3.

1993

A. AMICI, M. L. BIANCHI, O. DEL ZOPPO VALLINI, S. OLIVARI, Le vie del velluto: l’entroterra di Zoagli. Due itinerari nell’area cornice del parco naturale regionale del monte di Portofino, Zoagli 1993, p. 26.

A. D’AGOSTINO, L’uomo e la peste nei secoli. Quando il nemico è impalpabile, Catalogo della mostra (1-30 maggio 1993), Rapallo, Comune di Rapallo, 1993.

1993-1994

C. BRUZZO, M. L. GRASSO, Architettura e difesa costiera nella Riviera di Levante: dinamica delle destinazioni d’uso, tesi di laurea, relatore prof. G. V. Galliani.

M. L. GRASSO, Formazione della rete di fortificazioni nel Levante: motivazioni storiche e tipologie costruttive, in C. BRUZZO, M. L. GRASSO, Architettura e difesa costiera nella Riviera di Levante: dinamica delle destinazioni d’uso, tesi di laurea, relatore prof. G. V. Galliani.

C. BRUZZO, Il caso specifico della torre di Zoagli, in C. BRUZZO, M. L. GRASSO, Architettura e difesa costiera nella Riviera di Levante: dinamica delle destinazioni d’uso, tesi di laurea, relatore prof. G. V. Galliani.

1995

L. KAISER, Tra pirateria e peste: una linea fortificata per la salvezza e la sanità di Rapallo, in L. KAISER, A. ROTTA (a cura di), Medioevo a Rapallo, Atti del convegno di studio (Rapallo, 19 novembre 1994), Rapallo, pp. 39-41.

1999

B. P. TORSELLO (a cura di), Il castello di Rapallo. Progetto di restauro, Marsilio, Padova.

2000

M. BRIGNOLE, Zoagli dal ’500 al ’700, Zoagli [2000], p. 8.

s. d.

C. Bruzzo, L. Gotta, M. L. Grasso, Villa Canevaro a Zoagli, dattiloscritto, pp. 1-16.

Cenni storici sulla torre di avvistamento e la villa Canevaro in Zoagli. Profilo dei personaggi della famiglia, La Guarnigione s. r. l., dattiloscritto, p. 1.

REDATTO DA: Silvia Vallini
REVISIONATO DA: Colette Bozzo Dufour
DATA: 22/2/2002

 

Bibliografia

1582

F. BOSIO, Liber visitationum et decretorum Illustrissimi et Reverendissimi Domini Francisci Bosii visitatoris Apostolicis Civitatis et Diocesis Genue anni 1582, Archivio di Stato di Genova, ms. n. 547, cc. 376-377.

Sec. XVII

A. BUSCO, Raccolta miscellanea historica, ms. del sec. XVII, BSEC, Z IV 24, cc. 689 e 693.

Sec. XVIII

F. M. ACCINELLI, Liguria sacra divisa in tre tomi, ms. sec. XVIII, CBB, M. R. II, 4., tomo I, c. 328; tomo II, c. 321.

Sec. XIX-XX

G. ROCCA, Chiese, monasteri, oratori di Chiavari e della Riviera da Genova alla Spezia, ms. del sec. XIX-XX, in 4 voll., Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 234 IV 12 (IV vol.) cc. 63 r-74 v.

G. ROCCA, Ospedali di Chiavari, ms. del sec. XIX-XX, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 324 IV 13, c. 20.

1834

D. BERTOLOTTI, Viaggio nella Liguria Marittima, Torino, vol. 3, p. 83.

1846

C. GANDOLFI, Descrizione di Genova e del Genovesato, Tipografia Ferrando, Genova, vol. III, p. 342.

1853

C. GARIBALDI, Della storia di Chiavari, Tipografia Como, Genova (rist. anastatica Forni, Bologna 1974), pp. 26-27.

1854

G. CASALIS, Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, completo per cura del professore Goffredo Casalis, Torino 1854, vol. XXVI, pp. 651-653.

1865

A. SANGUINETI, Iscrizioni romane della Liguria raccolte ed illustrate dal Cav. prof. Angelo Sanguineti, "Atti della Società Ligure di Storia Patria", III, pp. 41-44.

1879

G. RAVENNA, Memorie della contea e del comune di Lavagna, Chiavari 1879, pp. 51-52

A. E M. REMONDINI, Syndicatus ecclesiae Januensis MCCCXI, "Giornale Ligustico di Archeologia, Storia e Belle Arti", VI, Genova, pp. 3-18.

1888

A. e M. REMONDINI, Parrocchie dell’Arcidiocesi di Genova, vol. IV, Genova 1888, pp. 146-153.

G. POGGI, Le due Riviere ossia la Liguria marittima in epoca romana, Genova, p. 37.

1902

G. OBERZINER, I Liguri antichi e i loro commerci, "Giornale Storico e letterario della Liguria", III, fasc. 3-4, pp. 5-96.

1903

F. BACIGALUPO, Cenni storici sopra il Santuario di San Pietro di Rovereto, Chiavari 1903

1905

A. FERRETTO, Da Portofino a Chiavari. Estratto da Monografia storica dei porti dall’antichità nella penisola italiana, Roma, passim.

1907

A. FERRETTO, I primordi e lo sviluppo del cristianesimo in Liguria e in particolare a Genova, "Atti della Società Ligure di Storia Patria", vol. XXXIX, Genova 1907, pp. 503-504.

1910

A. FERRETTO, Rovereto e l’urna cineraria romana, "Il Mare", n. 85, 18 aprile, pp. 1-2.

1910

A. FERRETTO, Un pensiero del Pontefice Innocenzo IV per la Chiesa di San Pietro di Rovereto, "Il Mare", n. 119, 10 dicembre, p. 1.

1915

A. FERRETTO, La chiesa di Sant’Andrea di Rovereto, "Il Mare", n. 337, 13 febbraio, p. 1.

A. FERRETTO, La chiesa di Sant’Andrea di Rovereto, "Il Mare", n. 338, 20 febbraio, p. 1.

1925

U. FORMENTINI, Conciliaboli, pievi e corti nella Liguria di Levante, "Memorie dell’Accademia Lunigianese di scienze G. Capellini", a. VI, fasc. III, pp. 117.

N. LAMBOGLIA, Liguria romana, Alassio 1939.

1928

A. FERRETTO, Il distretto di Chiavari preromano, romano e medioevale. Parte I, Istituto "Pro Schola et pro Cultura", Tipografia Artistica L. Colombo, Chiavari 1928, pp. 228, 455, 733.

1939

N. LAMBOGLIA, Liguria Romana, Alassio, p. 234.

1953

L. CIMASCHI, Esplorazioni e notizie archeologiche, artistiche e topografiche. Ricognizione archeologica-topografica della Riviera di Levante, "Giornale storico della Lunigiana", n. s. IV, 4-4, pp. 19-26.

1954

M. Lopes Pegna, Il Tigullio nella storia e nella leggenda, Firenze, p. 49.

1955

V. VITALE, Breviario della storia di Genova, lineamenti storici ed orientamenti bibliografici, Genova 1955, vol. I, p. 18.

1960-1961

L. CIMASCHI, I cinerari figurati nel genovesato, "Studi Genuensi", III, pp. 112-114

1961

Comune di Zoagli – provincia di Genova – Inventario degli Atti di Archivio – parte antica fino al 1870 / dal 1871 al 1959, Soprintendenza Archivistica per la Liguria (altra copia presso Comune di Zoagli).

1980

S. VENTURINI, L.VERDONA, Riviera di Levante negli itinerari antichi, Genova, p. 116.

1981

E. BERNARDINI, Genova e la riviera di Levante, Genova, p. 71.

1982

C. CORALLO, F. RAGAZZI, Chiavari, Sagep, Genova, pp. 18-19.

1983

L. BOSIO, La Tabula Peutingeriana, Rimini.

La Liguria paese per paese, Genova, vol. III, pp. 164-167.

1985

R. PAVONI, Dal Comitato di Genova al Comune, in La storia dei Genovesi, Atti del Convegno di studi sui ceti dirigenti nelle istituzioni della Repubblica di Genova (Genova 12-13-14 aprile 1984), Genova, pp. 151-175

1986

M. FASSIO, Chiesa di San Pietro di Rovereto: scheda “A”, novembre, Soprintendenza per i beni Architettonici della Liguria.

1986-1987

R. Stellato, Fortificazioni edifici ecclesiastici borghi nella Liguria di levante nel Medioevo: Comune di Zoagli, tesi di laurea, Università degli studi di Genova, a.a. 1986-1987, relatrice prof. Colette Dufour Bozzo.

1990

A. BALLARDINI, In burgo Rapalli, Genova 1990, p. 24.

J. SCHNETZ (a cura di) Itineraria romana. Vol. II: Ravennatis Anonymi cosmographia et Guidonis geographica, Stuttgart, pp. 86 e 131.

1992

La Liguria nelle carte e nelle vedute antiche, De Agostini, Novara 1992, pp. 60 e 92-93.

F. RAGAZZI, Il santuario delle Grazie a Chiavari, Sagep 1992.

1993

A. AMICI, M. L. BIANCHI, O. DEL ZOPPO VALLINI, S. OLIVARI, Le vie del velluto: l’entroterra di Zoagli. Due itinerari nell’area cornice del parco naturale regionale del monte di Portofino, Zoagli 1993, passim.

P. MARCHI (a cura di), Pietre di Liguria. Materiali e tecniche dell’architettura storica, Sagep, Genova, pp. 92-157.

1996

F. Bottari, Il Tigullio. La Liguria in un golfo, Moneglia 1996, p. 81.

P. GENNARO, L’urna cineraria di San Pietro di Rovereto, "La Piazzetta", a. VI, n. 21, giugno, pp. 6-7.

1997

P. GENNARO, Storia della chiesa di San Pietro di Rovereto nel Comune di Zoagli, "La Piazzetta", a. VI, n. 24, dicembre, p. 4.

1998

M. BRIGNOLE, P. GENNARO, Zoagli dall’età preromana al Medioevo, Zoagli 1998, pp. 12-14.

P. GENNARO, Storia della chiesa di San Pietro di Rovereto nel Comune di Zoagli, "La Piazzetta", a. VII, n. 25, marzo, p. 4

2000

M. Brignole, Zoagli dal ’500 al ’700, Zoagli, [2000].

2000

L. CHIAPPA MAURI, Il santuario di San Pietro di Rovereto, "La Piazzetta", a. IX, n. 31, marzo, p. 5.

Esplorando i dintorni

Dal centro di Zoagli decine di mulattiere e sentieri partono e si inerpicano verso i crinali, come una grande ragnatela che raggiunge borghi e poderi formando incantevoli percorsi panoramici.

San Pietro di Rovereto, la frazione più ad est, si adagia su un crinale che scende a picco sul mare.

Attraversata dalla via romana, fu sede di un presidio militare dell’epoca, di cui rimane traccia nell’urna cineraria che oggi è acquasantiera nella chiesa parrocchiale.

Semorile è al Centro della piccola valle ad anfiteatro che circonda Zoagli; è il tipico borgo rurale ligure, raggiungibile da un’antica mulattiera che costeggia il ponente.

Sant’Ambrogio è la frazione più grande, ampia zona residenziale posta su una dolce collina che si affaccia sul golfo di Rapallo di fronte a Portofino.

Splendida vista panoramica dal piazzale della chiesa parrocchiale, che fu sede di culto dei Vescovi Ambrosiani all’epoca del loro esilio in Liguria.

Un cenno particolare alla Chiesa di San Pantaleo: la più antica dell’intero comprensorio, risalente al XII secolo, di chiara espressione romanica, sorge a lato dell’antica via romana sul limite di valico.

La Passeggiata

Zoagli abbraccia il mare con la sua incantevole passeggiata.

Percorrendola, si entra in contatto con la natura più suggestiva e vera: quella mediterranea, e qui l’aggettivo "romantico" non è certo eccessivo.

La passeggiata a mare Canevaro offre un incantevole percorso tra scogli e calette ai due lati della spiaggia centrale, illuminata in notturno per permettere l’accesso al mare per un lungo tratto di litorale.

Negli anni Trenta il turismo era in continua crescita; per incentivarlo, gli abitanti di Zoagli realizzarono un percorso in pietra, quasi al limite del mare, per raggiungere le calette vicino alla spiaggia centrale. La costruzione fu diretta dall’Ingegner Chiozza e curata dal capomastro Canale di Zoagli; anche la manodopera fu reperita esclusivamente sul luogo.

Il denaro per l’opera, a parte un piccolo contributo del Comune, venne raccolto tra i cittadini. Ancora oggi questo percorso costiero rappresenta per Zoagli una grande ricchezza: per la singolare identità dell’opera e per l’ampliamento dell’offerta balneare, altrimenti ridotta per la scarsità di spiagge. Di giorno, la passeggiata offre una splendida ed ampia panoramica sul Golfo del Tigullio; di notte, illuminata con gusto scenico, regala un suggestivo e riposante percorso.

Il nuovo tratto di Passeggiata dei Naviganti unisce la piazza centrale all’inizio della passeggiata (oltre la spiaggia del Duca) e consente una percorrenza sicura anche nei mesi invernali, quando le spiagge sono spesso inagibili; inoltre, rende il tragitto simmetrico rispetto alla parte a Levante e nei mesi estivi aumenta la superficie di balneazione.

Le crueze

Le "creuze", antiche mulattiere che portano alle colline circostanti, riservano al visitatore sorprese come le chiese di San Pietro di Rovereto, di San Pantaleo, di Sant’Ambrogio.

Dal centro del paese partono infatti due strade pedonali, una verso est e l’altra verso ovest, che salgono alle colline per incontrare da un lato San Pietro di Rovereto, dall’altro San Pantaleo e Sant’Ambrogio.

Sono i resti della via Antica Romana, che attraversava tutta la costa ligure e della quale emergono qua e là dei tratti estremamente suggestivi.

Le creuze si arrampicano sul crinale, quasi una ragnatela nel verde delle colline, per raggiungere borghi e poderi.

Molti sentieri sono ancora transitabili e percorrerli offre alla vista un panorama che brilla di quel verde cangiante e raffinato, fatto di mille gradazioni e accostamenti che soltanto certi angoli della Riviera Ligure sanno dare.

 

Percorsi escursionistici

Sentiero dei 5 Campanili

Il percorso più completo che porta ad attraversare tutte le frazioni di mezza collina ed a scoprire le chiese del territorio è quello denominato dei 5 Campanili.

La lunghezza complessiva è di circa Km 11 con salite, discese e tratti pianeggianti, si svolge su ogni tipo di strada, carrozzabile, creuse, mulattiere e sentieri .

Si parte dalla piazza centrale e si sale verso S.Pietro, da qui si raggiunge Semorile attraverso borghi e poderi, si sale a Sexi,borgo ormai abbandonato da decenni dove si possono scoprire portali eulitici in alcune vecchie abitazioni, pùsi prosegue verso Sant’Ambrogio dal cui piazzale si apre la vista di tutto il Golfo del Tigullio ed in particolare dello scorcio su Rapallo e Portofino, poi costeggiando l’antica chiesa romanica di S.Pantaleo si scende lungo l’antica via romana scaura verso Zoagli a raggiungere il punto di partenza. Lungo il percorso si abbracciano diversi panorami di Zoagli e del Golfo da Punta Manara a est fino alla punta ovest di Portofino e si attraversano fitti boschi di lecci e castagni oltre ai classici terreni a terrazzamenti “fasce” coltivate a uliveto.

 

Zoagli-Santuario della Madonetta-Monte Anchetta- Santuario di Montallegro (circa Km 8)

Da Zoagli si sale a S.Pietro, qui a lato della chiesa si percorre Via Longarola che in forte salita si inerpica lungo un crinale di collina fino alla Chiesa dedicata alla Madonna Causa Nostrae Laetitia , costruita alla fine del ‘700 dagli abitanti insieme ai monaci Camaldolesi che regalarono all’allora parroco di S.Pietro una icona raffigurante la Santa Vergine. La pur piccola chiesa fu denominata quindi Santuario ed ogni anno la prima domenica di settembre si festeggia la Madonna con celebrazioni religiose e un allegro pranzo nel bosco. Proseguendo si raggiunge il Passo del Monte Anchetta a m 474 di altitudine. Da qui si può ammirare da un lato il mare ed il Golfo dall’altra la catena dell’Appennino con la Val Fontanabuona.

A pochi chilometri proseguendo verso ovest camminando sul crinale del Monte Carmo e poi del Monte Raffaele si raggiunge il Passo del Monte Castello sul confine con il comune di Rapallo e ci si trova davanti al Santuario di N.S. di Montallegro facilmente raggiungibile attraverso un ombroso bosco di lecci.

Il panorama che si scopre in questa passeggiata, un poco faticosa, è di una bellezza incomparabile anche per le diverse essenze botaniche che si incontrano sul percorso, in tarda primavera fiori selvatici di tanti colori e forme regalano uno splendido spettacolo: narcisi, mughetti, orchidee, poligole, maggiociondolo ed altri.

Questo percorso se lo si vuol rendere di facile approccio è consigliabile raggiungere Rapallo con un mezzo pubblico, salire a Montallegro con la funivia o l’autobus e percorrere il sentiero verso Zoagli in senso contrario, in modo da non dover affrontare salite anche di notevole rilevanza.

 

 

Zoagli-Semorile-Monte Anchetta

Le partenze dal centro possono essere diverse: la più veloce ma più irta passa per Via Merello, sale a Canevelli e da lì arriva al sentiero che passa sotto il ponte autostradale. Un’altra più semplice, parte da Via Garibaldi, raggiunge l’Aurelia per poi seguire Via Castello fino al primo bivio sulla sinistra che collega con Via dei Mulini che incrocia Via canevelli subito dopo il passaggio sotto il ponte autostradale. Da lì si percorre una mulattiera che costeggia il Torrente Semorile: si possono ammirare dei piccoli laghetti formati lungo il corso del torrente e case un tempo adibite a mulino. Si sale poi verso Semorile, antico borgo rurale, si incontra la chiesa e sempre a salire attraverso la stessa mulattiera si raggiunge il Passo del Monte Anchetta da qui si può procedere o verso Montallegro a Ovest, di fronte seguendo la strada carrozzabile si raggiunge Villa Oneto prima località del Comune di S.Colombano Certenoli oppure verso est si raggiunge la seconda parte dell’abitato della frazione di crinale e da lì si può arrivare al Santuario della Madonnetta e scendere a S.Pietro.

 

Zoagli-S.Pantaleo-S.Ambrogio-S.Bernardo

Dal centro si sale lungo Via XX Settembre fino alla Via Antica Romana che si percorre in tutto il suo tratto fino alla Via Aurelia, prima della galleria del Castellaro si devia su Via Scauro, un tracciato romano basolato,che ci porta sul crinale a margine della Chiesa Romanica di S.Pantaleo accanto a quello che un tempo era un porticato dedicato ai fedeli e che oggi è parte integrante la chiesa dal lato del campanile settecentesco.

Lungo la strada carrozzabile pianeggiante si giunge a S.Ambrogio dal cui piazzale si gode uno dei panorami più affascinanti di tutto il comprensorio. Dietro la chiesa parte una strada in ripida salita proprio accanto al cimitero: presto si incontra la chiesetta dedicata a S.Isidoro e attraverso fasce coltivate e boschetti di carpini e castagni si arriva a S.Bernardo dove si erge una piccola cappella dedicata al santo. Tornando si può imboccare una deviazione che porta a Vallette Forno che raggiunge un’altitudine di oltre 300 m e ritorna sopra il centro di Zoagli: Allungando di molto si può raggiungere Sexi e da lì scendere al centro cittadino.

 

Tanti altri itinerari, anche molto più corti e semplici, si possono trovare consultando lo stradario, in quanto ogni percorso riserva sorprese di paesaggi e luoghi comunque piacevoli da conoscere.

Ad esempio:

_Centro- Via XX Settembre- Via Antica Romana – Via Castellaro

_Centro- Via Garibaldi- Via Castello- Via Solari Queirolo- Via Aurelia –ViaSem Benelli- --_Centro – Via Garibaldi – Via Castello – Via dei Mulini – Via Canevelli – Centro

_ Centro – Via Garibaldi – Via Goffredo Mameli – Via S.Pietro- Via costa Casaretto – Via Al Santuario della Madonetta a scendere verso il centro

_ Centro- Via XX Settembre- Via Antica Romana- Via Scauro- S.Pantaleo – Via Cornice a scendere verso l’Aurelia e poi attraverso Via Castellaro tornare al centro

E poi il percorso più suggestivo: la Passeggiata a Mare di assoluto riposo e suggestione.

Sopra e sotto la superficie del mare

  

La statua della Madonna del Mare si trova a circa 9 metri di profondità a Levante, di fronte alla Rotonda Grande.
La statua, realizzata dalla scultrice Marian Hastianatte, è alta 1,60 metri e dall’agosto 1996 protegge gli abitanti di Zoagli.

Questa realizzazione arricchisce il patrimonio artistico e turistico del borgo marinaro e rappresenta una ulteriore meta per gli appassionati di esplorazione subacquea.

 

La Madonna del Mare

E’ una scultura in bronzo alta circa 1,60 metri; opera dell’artista zoagliese di adozione Marian Hastianatte, è posta sui fondali di fronte alla Rotonda Grande (sulla Passeggiata a mare) a 9 metri di profondità. Ogni anno, la sera del 6 agosto, i subacquei riuniti in processione con fiaccolata onorano la Madonna e ricordano il giorno in cui è stata posata sul fondo del mare di Zoagli.

L’opera fu voluta da un gruppo di zoagliesi unitisi in Comitato, per ricordare i comandanti di Zoagli che sifdarono gli Oceani con gli antichi scafi a vela e tutti i marinai che da sempre hanno combattuto in difesa della Patria.

Zoagli infatti vanta tanti suoi figli, soprattutto nell’Ottocento, ad un tempo comandanti ed armatori: i Chighinzola, i Merello, i Vicini, i Raggio, i Peirano ed i Canevaro hanno battuto i mari dell’America Meridionale, doppiando Capo Horn per raggiungere Cile e Perù dove molti conterranei si erano trasferiti per lavoro; oppure verso il Nord America, con passeggeri, od ancora le rotte dell’Oriente, per commercio.

Tra le tante navi a vela zoagliesi ricordiamo il "Marinin" un veloce brigantino che consumò tante cavalleresche sfide con i "clipper" inglesi sulle rotte del riso e del teak a Rangon.

La famiglia più celebre fu quella dei Canevaro e si distinse per i traffici commerciali e per il ruolo svolto nella storia dell’Italia Risorgimentale: amici di Cavour, i loro bastimenti furono decisivi nel 1859 per il veloce trasporto delle milizie dell’alleato francese Napoleone III, che permisero all’esercito sabaudo di conquistare la Lombardia e di istituire così il primo nucleo dell’Italia unita.

L’ammiraglio Felice Canevaro fu Ministro della Marina Militare ed ebbe il comando della flotta unita delle grandi Potenze (Inghilterra, Francia, Germania ed Italia) che nel 1896 combattè e vinse un’offensiva dell’Impero Turco.

Discendente dalla Famiglia Canevaro fu anche il grande Ammiraglio Thaon de Revel, Duca del Mare, che comandò la flotta militare italiana nella Prima Guerra Mondiale.

L’ultimo naufragio della marineria civile, che faceva capo a Zoagli, è stato quello che costò la vita al comandante Stefano Merello nel dicembre del 1923.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Zoagli ha sacrificato, oltre ai tanti morti civili nei bombardamenti, anche 53 giovani vite in combattimento. Tra essi ricordiamo i tenenti di vascello Vincenzo Bozzo e Cino Marana, inabissatisi con i loro sommergibili, e il Capitano Giovanni Solari, comandante di piroscafi che trasportavano i rifornimenti ai nostri combattenti in Libia.

Oggi chiediamo alla Madonna del Mare la protezione per ogni attività marinara, sia essa lavorativa, sportiva o semplice divertimento.

La Madonna del Mare

LA MADONNA DEL MARE

 
La statua della Madonna del Mare si trova di fronte alla Rotonda Grande della Passeggiata a Mare di Levante a circa 9 metri di profondità; è stata realizzata dalla scultrice Hastiananatte, ed è alta  1,60 metri. Questa realizzazione arricchisce il patrimonio artistico e turistico del borgo e rappresenta una ulteriore offerta agli appassionati di esplorazione subacquea.
L’opera fu voluta da un gruppo di Zoagliesi unitisi in comitato, per ricordare i comandanti di Zoagli che sfidarono gli oceani con gli antichi scafi  a vela e tutti i marinai che da sempre hanno combattuto a difesa della patria.
 
 
FOTOSUB A ZOAGLI
 
Dal 1997 si svolge ogni anno a Zoagli, sulla Riviera Ligure, fra Rapallo e Chiavari un concorso estemporaneo di fotografia subacquea per il "Trofeo Madonna del Mare".Il concorso viene organizzato dal Comitato Madonna del Mare di Zoagli per promuovere la statua della Madonnina che è stata posta nel 1997 alla profondità di 9 metri nelle acque antistanti il Comune ligure. Con il concorso gli organizzatori vogliono anche promuovere il turismo e accrescere la conoscenza delle bellezze sottomarine della zona ricca di una grande varietà di specie ittiche e persino di alcuni interessanti relitti.
 
 
MOTIVAZIONI DELL'OPERA
 
A ricordo dei comandanti e membri degli equIpaggi di Zoagli che hanno affrontato l'Oceano Pacifico, Atlantico ed Indiano con gli antichi scafi a vela.I Porcalla, i Caighizola, i Merello ed i Canevaro ad un tempo armatori e comandanti che hanno battuto, specie nell'800, i Mari dell'America Meridionale doppiando Capo Horn per raggiungere Cile e Perù dove i mitici Zoagliesi si erano trasferiti per lavoro.L'ultimo naufragio della Marineria Civile, che faceva capo a Zoagli, è stato quello che costò la vita, più di 70 anni fa, a Capitan Merello (Il Comandante Stefano Merello naufragato a fine dicembre 1923).E' appena il caso di ricordare la famiglia più celebre di questi armatori-comendanti, I Canevaro, la cui attività svolta nel secolo scorso ha fatto parte della storia dell'Italia rinascimentale: ci riferiamo in particolare al Conte Giuseppe Canevaro, duca di Zoagli, ed all'Ammiraglio Felice Napoleone Canevaro. Il primoarmatore fu Arnico di Cavour, ed i suoi bastimenti furono decisivi nella Seconda Guerra d'Indipendenza del 1859 per il trasporto rapido in Laguna di una parte dell'esercito di Napoleone III, alleato di Vittorio Emanuele II, il cui arrivo tempestivo permise il successo della campagna che, unendo la Lombardia al Piemonte ed alla Liguria, formò il primo nucleo dell'Italia Unita. Per questo e per altre benemerenze ebbe i titoli nobiliari di Conte di Zoagli e duca di Castelvari. L'Ammiraglio Felice Napoleone Canevaro, suo erede, fu Ministro della Marina Militare del Regno ed ebbe il comando della flotta unita delle grandi potenze d'Inghilterra, Francia, Germania e Italia, che nel 1896, proteggendola dagli attacchi dell'Impero Turco, permise il ricongiungimento dell'isola di Creta alla madre patria greca. Da Canavaro discendeva anche il grande Ammiraglio Thaon de Revel, Duca del Mare, che comandoò la flotta della Marina Militare Italiana nella Prima Guerra Mondiale.Durante la Seconda Guerra Mondiale Zoagli, oltre a 45 morti civili nel bombardamento del del 27 dicembre 1943, ha dato alla patria, in cinque anni, ad altri 53 dei suoi giovani figli, appartenuti alle varie Armi.In essi brilla il ricordo di tre eroici ufficiali di Marina, il tenente di Vascello Vincenzo Bozzo ed il tenente di Vascello Cino Marana, entrambi inabissatisi con il loro sommergibile, ed il Capitano Giovanni Solari, comandante di piroscafi che trasportavano i rifornimenti ai nostri combattenti in Libia, anch'egli scomparso con la sua nave.

 

Una calma e raffinata bellezza

La tranquillità abita nelle creuze, piccole stradine che corrono tra i parchi delle ville e tra le "fasce" coltivate a ulivi.

I mille scorci d’orizzonte offrono allo sguardo lo spettacolo del Tigullio. Tra i fiori dei giardini, i cipressi e le palme dei parchi aleggia il respiro del mare, che qui sembra più presente, più vicino che altrove.

Il suo dialogo con le rocce dei piccoli promontori e delle calette è il rumore di fondo di una vacanza tranquilla ma ricca di grandi e piccole emozioni.